Gli ultimi non saranno i primi

Si è appena conclusa ad Adelaide in Australia la cerimonia di premiazione della World Solar Challenge 2013, il rally hi-tech che dal 1987 mette a confronto i migliori veicoli solari. Per tutta la settimana ho potuto seguire la gara sui canali Youtube del WSC13 e di alcuni dei team in gara. Mentre guardavo su uno smart TV gli spettacolari aggiornamenti quotidiani in alta definizione pensavo che i nostri canali televisivi pubblici (e non solo) che non coprivano l’evento sono per lo più in bassa definizione.

Tornando alla gara, come avevo scritto la parte più interessante per me è la nuova classe Cruiser, che punta a stimolare la produzione di auto solari grandi, comode, affidabili. E, come speravo, ha vinto Stella, l’auto prodotta dal team dell’università di Eindhoven (NL), soprannominata “magic school bus” perché era l’unica quattro posti in gara. Al secondo e al terzo posto si sono piazzati il team dell’università di Bochum (DE) e il team dell’università del New South Wales (AU).

Nella più tradizionale classe Challenger, il cui regolamento privilegia la velocità e l’efficenza energetica, hanno vinto i team delle università di Delft (NL), Tokai (JP) e Twente (NL). Delft partecipa alla competizione dal 2001 e ha vinto già cinque volte, mentre Tokai è alla seconda vittoria. Quindi, tre squadre olandesi tra i primi sei classificati nelle due categorie.

Certo le università olandesi hanno costruito attorno ai loro progetti delle grandi partnership. Delft per esempio è finanziata dalla utility olandese-svedese a capitale pubblico Nuon. Si intuisce lo sforzo per arrivare primi alle tecnologie che potrebbero portare sul mercato entro cinque o dieci anni un trasporto privato ecosostenibile, sempre più desiderato in tanti paesi del nord Europa e graditissimo immagino a chi produce energia elettrica. E si vede anche come i responsabili dei progetti, nati originariamente come iniziative studentesche, sono ancora in mano a ragazzi molto giovani, compresa Lot Jeurink, 20 anni, responsabile delle relazione esterne e pilota della Red Engine dell’università di Twente.

I media tradizionali, particolarmente quelli italiani, hanno parlato poco o nulla del WSC13, per lo più in termini nazionalistico-sportivi. A quanto si legge, l’auto solare Emilia 3 presentata dal team Onda Solare dell’università di Bologna ha corso nella classe Challenger arrivando al 10° posto su 22 partecipanti. Un buon piazzamento, se non fosse che dei 22 partecipanti solo 10 hanno tagliato il traguardo e quindi, tecnicamente, il team italiano è arrivato ultimo (e con ben 28 ore di distacco sul vincitore).

Non voglio minimizzare l’impegno e il sacrificio del team italiano, peraltro condiviso anche dagli altri team. Ma come non sussultare leggendo il resoconto della stessa università di Bologna che vanta di avere utilizzato quasi esclusivamente “componenti costruiti a Bologna”, quasi si trattasse di un prodotto IGP. Piuttosto, fa piacere scoprire che alcuni concorrenti stranieri abbiano installato sui loro veicoli le celle fotovoltaiche prodotte dalla Solbian di Torino.

E come non sorridere leggendo che Emilia 3 è stata “la prima macchina italiana completamente ad energia solare ad aver compiuto la traversata da nord a sud del deserto australiano” attraversando “3000 km di strade remote, schivando canguri e cammelli selvatici”? Nessun cenno alle sfide tecnologiche e industriali o alle prospettive del solare nel trasporto privato. Nessuna analisi del perché altre squadre siano arrivate più avanti di quella di Bologna. E ancora sorpresa per il lungo elenco di “partner istituzionali”, che comprende chissà peché anche una sigla sindacale.

In definitiva la gara è stata godibilissima e molto istruttivo. Purtroppo, non ci sarà nulla di strano se fra cinque o dieci anni compreremo un’auto solare olandese o tedesca o giapponese. Ma nel frattempo speriamo che l’università, la ricerca e l’industria italiana si rivelino all’altezza di uno dei paesi europei con la maggiore radiazione globale media annua.

Auto solari omologate? In Olanda

Domenica 6 ottobre alle 8:30 ora di Darwin (Australia) ha inizio la World Solar Challenge 2013, la competizione che ogni due anni dal 1987 mette alla prova i veicoli ad energia solare prodotti da università e centri di ricerca di tutto il mondo. Quest’anno ad attraversare l’Australia per 3.000 chilometri da Darwin ad Adelaide non saranno solo dei prototipi che assomigliano a dischi volanti o a siluri, come eravamo abituati a vedere. E a vincere non saranno solo i progetti energeticamente più efficienti, più leggeri o più aerodinamici.

Quest’anno infatti la WSG prevede, accanto alle classe Challenger, che valuta efficienza e autonomia, e alla classe Adventure, dal carattere sportivo oltre che tecnologico, la nuova Cruiser Class che valuta oltre al consumo energetico anche la comodità, la praticità e l’eleganza delle automobili. Ad esempio, i prototipi che concorreranno nella classe Cruiser dovranno avere a bordo almeno due passeggeri e potranno fermarsi a ricaricare le batterie una volta al giorno perché l’obiettivo della gara è di selezionare veicoli pronti per essere omologati alla circolazione su strada.

Al termine delle prove cronometrate, l’auto che si è piazzata in pole position nella classe Cruiser è Stella, presentata dal Solar Team Eindhoven della Technische Universiteit Eindhoven e sostenuta da una schiera di sponsor e da un team molto giovane e affiatato.

Le caratteristiche più interessanti e credo uniche di questa automobile sono tre. Può trasportare quattro persone. Possiede un’autonomia di 400 chilometri in una giornata senza sole e di 650 chilometri in pieno sole. Ma soprattutto è un’auto attiva: in condizioni tipiche (percorso urbano casa-lavoro) produce in media annualmente più energia di quanta ne consuma. Quindi l’eccesso di elettricità potrebbe essere ceduta alla rete, per esempio attraverso le colonnine di ricarica nei parcheggi. Notare che quest’ultima caratteristica è stata verificata non in un paese assolato come l’Italia ma nella piovosa Olanda.

La qualità complessiva di questo progetto si può misurare anche dal fatto che Stella ha una targa perché l’omologazione l’ha già ottenuta.

La lunga maratona del Solar World Challenge durerà una settimana. Sicuramente molto più tempo ci separa dal modello di mobilità sostenibile che questa gara lascia intravvedere, ma forse meno di quanto si potrebbe pensare.

Type approved solar cars? In the Netherlands

On Sunday 6th at 8:30 am in Darwin (Australia) the World Solar Challenge 2013 will start. WSC is a competition that every two years since 1987 tests solar-powered vehicles produced by universities and research centers around the world. Crossing Australia for 3,000 kilometers from Darwin to Adelaide this year will be not only prototypes looking like flying saucers or torpedoes, as we used to see. The winning projects will not only be the most energy efficient, lightest or most aerodynamic.

Alongside the Challenger class, which evaluates efficiency and endurance, and the Adventure class, focused on sport as well as technology, this year the WSC will also provide the new Cruiser class which evaluates power consumption as well as the cars’ comfort, convenience and elegance. The prototypes that will compete in this class will have to carry at least two passengers and will be able to stop and recharge the batteries once a day as the competition goal is to select vehicles ready for type approval for unrestricted use on the road.

At the end of scruteeniring, the car that was placed in pole position in the Cruiser is Stella, presented by Solar Team Eindhoven of the Technische Universiteit Eindhoven and supported by a host of sponsors and a young and passionate team.

I think three are the most interesting features unique to this car. It can carry four people. It has a range of 400 kilometers on cloudy days and 650 km on a sunny. And it is an active car: under typical conditions (daily urban home-to-work commuting) produces annually on average more energy than it consumes. So the excess electricity could be sold to the grid, for example through the charging stations in parking lots. Note that this feature was not tested in a sunny country like Italy but in rainy Netherlands.

The overall quality of this project can be measured by the fact that Stella has a license plate because the car has already been type approved in the Netherlands.

The long marathon of the World Solar Challenge will last a week. Certainly we will have to wait a much longer time before the sustainable mobility model suggested by Stella will be realised, but maybe less time than you might think.

Quell’urgente bisogno di attendere

Negli ultimi giorni ho notato una tendenza che non posso definire inattesa ma che comunque trovo significativa.

Sul Sole 24 Ore di oggi Antonello Cherchi (“Lo statuto fantasma“) parla di termini scaduti per l’Agenda digitale e di un’Agenzia per l’Italia digitale orfana dello statuto e resa una scatola vuota.

Due giorni fa sul Corriere delle Comunicazioni Michele Vianello (“Agenda digitale, è ora di delegificare“) si chiedeva: “Qualcuno continua a pensare davvero che l’Agenda Digitale italiana – ovviamente abbondantemente “legificata”- potrà mai affermarsi in presenza degli attuali modelli organizzativi?”.

E il 14 settembre, intervenendo alla festa nazionale di Scelta Civica accanto a Francesco Caio e ad altre persone informate dei fatti, Alfonso Fuggetta aveva chiesto al pubblico: “Ma veramente siamo convinti che l’Agenda digitale cambi il Paese?” (al minuto 17′ 30” circa).

Non che in passato nessuno si fosse mai accorto degli errori, delle inconguenze e dei ritardi che hanno accompagnato i piani di innovazione digitale dello stato italiano (nel mio piccolo anche io), ma in questi giorni l’impressione è che stia prendendo il sopravvento un doloroso senso della realtà. Come quando si condivide a lungo e con passione un lavoro, un amore o uno sport con qualcun’altro ma ad un certo punto ci si sorprende a vedere le cose per come sono anziché per come si vorrebbe che fossero.

Per ovvi motivi professionali attendo la pubblicazione dello statuto dell’Agenzia, e mi rendo anche conto che dopo riempita la scatola bisognerà concordare l’indirizzo a cui spedirla e riuscire a consegnarla nel più breve tempo possibile. Ma le opinioni che ho appena citato mi fanno temere che quando arriverà al destinatario, la scatola potrebbe rischiare di non venire neanche aperta.

Unboxing open data

Nelle settimane scorse sia il comune che la provincia di Roma hanno pubblicato alcune serie di dati amministrativi in modalità open data. Comune e provincia hanno seguito strategie diverse nella scelta sia dei dati che delle licenze, come pure nelle regole e nelle finalità delle classiche competizioni indette per stimolare il riuso di questi dati. A mio parere l’approccio che sotto diversi aspetti sembra più solido è quello seguito dalla provincia, almeno per il momento. Vorrei però esaminare alcuni aspetti negativi che sono grosso modo comuni ai due esperimenti.

Sottolineo che ho esaminato i due siti con spirito critico ma costruttivo, e che sono consapevole degli inevitabili problemi di dentizione, in particolare per quanto riguarda la varietà dei dati pubblicati. Qualcuno si attende che proprio la pubblicazione di questi dati e il loro riutilizzo inneschino meccanismi virtuosi con benefici sia sulla qualità dai dati che sul valore dei prodotti e dei servizi che ne potranno derivare. Sono curioso di vedere quali applicazioni usciranno dai concorsi lanciati dai due enti.

Detto questo, ecco i principali problemi che ho osservato.

La scelta dei dataset

Accanto a dataset la cui utilità sembrerebbe evidente, come l’elenco degli esercizi commerciali o i dati sui flussi di traffico, ce ne sono altri la cui utilità appare veramente dubbia. Riporto qualche esempio.

Dietro a queste scelte si può intuire in primo luogo una certa confusione tra dati pubblici e dati statistici, entrambi importanti ma evidentemente diversi, e forse l’intenzione di rimpinguare un portafoglio di dati pubblici “veri” relativamente esiguo.

Per valutare i contenuti dei dataset, lasciando da parte quelli prevalentemente statistici e quelli di cardinalità esigua, ne ho considerati due tra quelli più interessanti, uno pubblicato dal comune e uno dalla provincia.

La qualità dei dati

Il dataset “Esercizi commerciali presenti sul territorio comunale. Settembre 2012” contiene più di 80.000 record che per ciascun esercizio indicano cinque attributi: macroattivà, attività, specializzazione, indirizzo e numero civico. Per esempio, ad una pasticceria in vicolo della Torretta 18 sono associate la macroattività “Artigianato”, l’attività “Laboratori artigiani” e la specializzazione “Pasticceria”. Anche se si tratta di pochi dati (perché ad esempio non c’è l’insegna o la geolocalizzazione?), purtroppo anch questi si rivelano poco utili.

Per motivi pratici ho eseguito un primo controllo di questi dati prendendo in esame gli esercizi commerciali di via della Giuliana, dove abito da venti anni. Si tratta di una via abbastanza centrale, lunga circa 600 metri e con molte decine di negozi di vario tipo. Per pigrizia ho usato Google Maps in modalità Street View per confrontare gli esercizi esistenti con quelli presenti nell’elenco pubblico. Nei casi in cui Google Maps non era aggiornato mi è stato facile supplire a memoria. I risultati sono stati piuttosto deludenti.

Su 64 esercizi contenuti nell’elenco, 22 sono sicuramente corretti, 13 sono sicuramente sbagliati, 10 sono descritti in termini così generici da non essere riconoscibili e tra i restanti 19 si trovano anomalie varie come record ripetuti o indirizzi corrispondenti ad abitazioni (anche se non escludo che alcune attività abbiano sede in un appartamento, ma non ho potuto verificare). Infine, 5 esercizi davanti ai quali passo da venti anni non sono neanche nell’elenco.

In totale, almeno il 20% dei dati sono vecchi di anni, con punte di 15 anni per una torrefazione al n° 41 (in realtà la mia banca fino a dieci anni fa) ma con una media sui tre-quattro anni, come per la drogheria al n° 59 (in realtà un ristorante aperto qualche anno fa). Contando anche i 5 esercizi che mancano la percentuale sale al 28%.

Evidentemente la data di aggiornamento “Settembre 2012” nel nome del dataset non si riferisce al contenuto amministrativo ma a quello tecnologico, all’estrazione dei dati dall’archivio amministrativo. Ma c’è allora da chiedersi dove sono i dati amministrativi veri e aggiornati, che non possono non esistere dal momento che non si può immaginare che il comune di Roma non abbia rilasciato agli esercizi attualmente presenti nella strada tutte le autorizzazioni amministrative necessarie.

Altro punto critico è la mancanza di informazioni su una delle categorie più ricercate, quella dei locali pubblici, che nell’elenco sono indicati tutti sotto l’anonima etichetta “Altro” rendendo così impossibile distinguere tra bar, ristoranti o pub. Per fare un confronto, ho sfogliato il catalogo dei dati pubblici del comune di Milano scoprendo un dataset “Pubblici esercizi” che riporta correttamente la tipologia del locale e giustamente anche altri dati, compresa l’insegna sulla quale l’esercente paga una tassa e che quindi è sicuramente nota al comune.

La semantica

Passando ora alla provincia di Roma, ho preso in considerazione il dataset “Monitoraggio traffico stradale” che contiene la velocità e il flusso orario del traffico rilevati ogni dieci minuti in circa 30.000 punti della rete stradale provinciale. I record riportano il nome della strada, una o più coppie di punti geografici corrispondenti ad uno o più segmenti, la data e l’ora di rilevazione e i dati di traffico (direzione, velocità e flusso orario).

Mentre non ho modo di verificare la qualità dei dati, questo dataset mostra problemi di semantica abbastanza seri. Per ogni dataset è necessario indicare il significato dei dati, anche in relazione alle modalità con cui sono stati prodotti. Non viene invece spiegato né cosa rappresentino i segmenti riportati in ogni record (uniti peraltro in una sola stringa di lunghezza variabile) né dove (rispetto ai segmenti) e come vengano calcolati velocità e flusso orario.

Ma il punto davvero critico è che la direzione del flusso è indicata solo in termini relativi (“1” o “-1”). In pratica, questi dati potrebbero dire che in via Cristoforo Colombo il traffico è scorrevole lungo uno dei sensi di marcia, ma non quale sia questo senso. Un’indeterminazione comprensibile in un contesto di meccanica quantistica ma non in uno di innovazione urbana. A parte gli scherzi, aggiungo che il 15 ottobre ho chiesto chiarimenti al punto di contatto indicato sul sito ma non ho ancora ricevuto risposta.

Aggiornamento del 30/10/2012 – Finalmente ieri mi è stato risposto che “entro pochi giorni” verrà pubblicata una versione aggiornata del dataset “Monitoraggio flussi traffico” che conterrà “l’elenco ordinato delle coordinate”. Questo permetterebbe di dedurre il senso di marcia a cui si riferiscono di dati di flusso. Nessuna risposta invece sulla richiesta di dotare tutti i dataset di una congrua informazione semantica. Interessante anche la motivazione del ritardo di due settimane nella risposta: “la struttura amministrativa che si occupa di fornirci i dati del traffico è incardinata in un altro settore e quindi abbiamo dovuto girare l’informazione ai colleghi”. Quindi chi gestisce la pubblicazione degli open data sul web, e il relativo punto di contatto, non conosce nel dettaglio la natura e le modalità di produzione dei dati.

Conclusione

Se dovessi riassumere il mio stato d’animo al termine di questo breve esame direi che pubblicare open data inutili, di bassa qualità o non documentati non rappresenta un investimento ma un costo, perché non se ne può trarre alcun ritorno. Delle molte possibili app basate su questi dati, in entrambe le categorie proposte dalla provincia di Roma per l’App Contest Openroma, molte non potranno essere realizzate finché i processi amministrativi a monte non produrranno dati di migliore qualità.

Intercultura e i suoi sponsor

Intercultura è un’associazione che promuove da quasi sessant’anni gli scambi internazionali tra studenti italiani e stranieri. È un’associazione benemerita, che ha permesso a tanti ragazzi del terzo anno delle superiori di frequentare un intero anno scolastico in una scuola di un altro paese, anche quando Erasmus non era stato ancora  inventato.

Pur non avendo partecipato ad uno scambio (purtroppo) ricordo che negli anni ’70 erano ben pochi a non conoscere Intercultura anche se pochi riuscivano a partire. Oggi il bando annuale di Intercultura prevede quasi 2000 posti per soggiorni di varia durata, di cui ben 559 per la frequenza di un intero anno scolastico.

Oltre che benemerita, Intercultura è anche brava a comunicare, tanto che non passa giorno che non se ne parli o non se ne scriva sui media. Qualche tempo fa, leggendo il bando per i programmi 2013-2014, ho notato che Intercultura finanzia direttamente 450 borse di studio proprie, totali o parziali, mentre altre 200 borse sono finanziate da sponsor privati, per lo più aziende, banche, fondazioni ed enti locali.

Mi ha sopreso che, di queste ultime borse sponsorizzate, praticamente tutte sono riservate ai figli dei dipendenti, pochissime sono dirette ai residenti di un certo territorio e una sola borsa è concessa, semplicemente, “a giovani meritevoli”.

La ragione per cui questa politica mi sembra sorprendente è che a mio parere non permette di cogliere tutte le potenzialità dell’iniziativa. L’obiettivo principale di uno scambio interculturale internazionale è aiutare i ragazzi ad aprirsi ad un mondo più ampio rispetto ai confini nazionali (che in Italia sono ancora relativamente stretti), ad un’età che da un lato permetta di affrontare le difficoltà di adattamento ma dall’altro produca dei vantaggi duraturi in termini di flessibilità e comprensione dell’altro. Come conferma chi ha fatto questa esperienza in passato, è qualcosa che lascia il segno e che spesso prepara ad una vita professionale più ricca e soddisfacente.

Sembra abbastanza ovvio quindi che il mondo dell’industria sia interessato ad aiutare chi vuole lanciarsi in questa avventura. Ma perché restringere la competizione ai soli figli dei dipendenti? Se infatti è chiaro il valore di una simile restrizione in termini di benefit (un soggiorno di un anno può pesare su una famiglia anche più di 10.000 euro), l’azienda potrebbe avere tutto l’interesse ad aiutare i ragazzi più svegli e dinamici, che possono ben essere altrove, nella speranza che qualcuno di loro, acquisite competenze internazionali anche personali oggi sempre più importanti, possa forse decidere un giorno di lavorare per l’azienda.

Che io sappia questa è la politica prevalente tra tante grandi aziende USA, che però investono non tanto per i propri dipendenti ma per aiutare i partecipanti appartenenti a minoranze, o gli studenti di discipline poco praticate o magari che risiedeono in una città dove hanno in progetto di assumere in futuro. Di questo tipo di scelte non c’è invece traccia nelle borse Intercultura sponsorizzate dalle aziende italiane.

Certo, non c’è niente di male nel volere fornire un benefit ai propri collaboratori ma, a meno che l’azienda non punti ad assumere i figli dei propri dipendenti, rivolgere le borse all’esterno dell’organizzazione anziché all’interno potrebbe produrre frutti migliori, sia in termini di persone (selezioni su una platea maggiore di partecipanti) sia di visibilità ed immagine dell’azienda.

L’intervento di Mario Calderini a IAB Forum 2012

Dall’intervento di Mario Calderini allo IAB Forum 2012 ho capito tre cose importanti:

1) i tempi lunghi per la produzione del decreto Sviluppo 2.0, o Trasforma Italia, sono stati conseguenza dell’assenza di una governance politica centrale;

2) il coordinamento tecnico sarebbe “abbastanza bene incardinato nell’Agenzia per l’Italia Digitale”;

3) dopo la nomina del Digital Champion e del Direttore generale dell’Agenzia (che evidentemente non coincidono) si dovrà puntare alla definizione di una nuova governance politica, auspicabilmente a livello di Presidenza del consiglio dei ministri, obiettivo però “da traguardare nei prossimi mesi, probabilmente nella prossima legislatura”.

Sono affermazioni franche ma preoccupanti. Da una parte, implicano un giudizio poco positivo sull’esperienza della Cabina di regia, basata proprio su un’idea di governance “diffusa” dell’Agenda, come pure l’impostazione data all’Agenzia, che sullo stesso tipo di governance sembra basata. Infine rinvia al prossimo governo il problema più serio della governance politica, già ben evidente quando ci occupavamo solo di eGovernment e ora diventato ancora più serio visto l’ambito più ampio in cui si muoverà l’Agenzia. Un problema la cui definizione secondo ogni logica doveva essere completata all’inizio del processo, quasi un anno fa.

Del resto, neanche la governance tecnologica si può dire ancora operativa, e non lo sarà probabilmente prima di qualche altro mese. La nomina del Direttore generale è attesa a giorni, ma poi si dovrà verificare quanti dei colleghi del Dipartimento per la digitalizzazione e l’innovazione, dell’Agenzia per l’innovazione e dell’Istituto superiore delle comunicazioni passerà all’Agenzia. Stabilita l’entità delle risorse umane effettive, entro 45 giorni sarà emanato lo Statuto dell’Agenzia, che ne definirà concretamente funzioni, attività e modalità operative. Non so se questo potrà accadere prima della fine dell’anno.

Ricordo di avere conosciuto il prof. Mario Calderini il 13 gennaio 2012 alla Giornata informativa nazionale sul Bando CIP – ICT PSP 2012. Mi impressionò l’entusiasmo con cui parlò dell’impegno del ministro Profumo per l’Agenda digitale europea, annunciando la prossima costituzione di una Cabina di regia che avrebbe definito la strategia italiana.

Mi dispiace, come immagino dispiaccia a tutti, e non posso neanche dire di conoscere i motivi di questo oggettivo insuccesso. Ricordo che non erano mancate le critiche accorate a questo tipo di governance, certo anche prima del 15 giugno scorso, e comunque da voci più autorevoli della mia: era proprio impossibile tenerne conto?

Il primo supermercato d’Italia

Questo video tratto da un cinegiornale dell’Istituto Luce del 1956 mi ha colpito per la sua profonda attualità, forse non del tutto evidente.

Si tratta di un servizio dedicato all’inaugurazione di un “cosiddetto supermercato“, avvenuta all’interno del “romano palazzo delle Esposizione dell’EÚR” alla presenza del presidente della repubblica Gronchi, del ministro Campilli e di numerose autorità civili e militari. Il video è presente anche nella bella mostra del Google Cultural Institute: “1955 – 1965 – Years of Dolce Vita”.

Tra gli inchini e i sorrisi di uomini politici e di industriali nati verso la fine dell’800, Gronchi riceve una grottesca chiave “con la quale simbolicamente verrà aperto” il 3° Congresso internazionale della distribuzione dei prodotti alimentari. Il cronista offre una definizione del “Supermercato USA” degna di Neri Marcorè in una parodia di Alberto Angela, chiama “massaie” alcune ragazze dal look anni ’60 e osserva che al supermercato si trovano tutti i “prodotti per la mensa“, accennando alla “buona fede” che lo ispira, vista l’assenza di commessi.

Ora, essendo nato a Roma in quel periodo, trovo del tutto familiari i volti, le pettinature, i vestiti e le macchine che si vedono nel video, e credo di cogliere bene i segni del benessere, del candore e dell’entusiasmo che rappresentano un po’ lo spirito degli anni ’60. Non ho altrettanta familiarità con lo stile di quei cinegiornali, le marcette ridicole, i toni edificanti e le voci marziali, tratti retorici di derivazione veteroitaliana o fascista che ovviamente non ho conosciuto direttamente.

Forse per questo colgo nel video i segni di una contraddizione tra modernità e tradizione che accompagna l’Italia da sempre: da un lato c’è la soddisfazione per lo sbarco in città del supermercato, visibile nell’allegria e nel leggero imbarazzo delle donne che fanno la spesa; dall’altro invece c’è la retorica del cinegiornale, che strizza l’occhio ai giovani e all’America ma invita alla cautela per compiacere valori e generazioni passate. Guardando quelle scene oggi mi rendo conto che quella retorica era malamente sovrapposta ad una realtà del tutto diversa che sarebbe esplosa dopo pochi anni. Mi accorgo di avere potuto vivere quella modernità e di avere potuto ignorare quella retorica, semplicemente perché lo cose sono andate così.

Oggi quella contraddizione sembra riemergere: da un lato chi vive l’innovazione digitale dopo averla immaginata, desiderata, ricercata e adottata; dall’altro la retorica delle novità da tenere d’occhio, delle grandi difficoltà, delle necessarie cautele verso Internet, le “nuove tecnologie”, l’innovazione in generale.

Ma oggi come allora le persone reali intuiscono che questa retorica è un falso, mentre l’informazione e la politica continuano a diffonderla. Credo sia sempre più evidente che ciò che ostacola l’adozione e la diffusione del nuovo nel nostro paese non è la cautela da parte di chi lo vuole abbracciare ma il rigetto da parte di chi non ha alcun motivo per promuoverlo.

Il nuovo decreto crescita e l’Europa

Difficile non provare sollievo per l’approvazione del “decreto crescita 2.0” da parte del Consiglio dei ministri di giovedì. L’attesa è stata veramente lunga e snervante, mentre non c’è dubbio che i bisogni della nostra società cui il decreto cerca di andare incontro sono sempre più pressanti.

Le anticipazioni dei mesi scorsi avevano già permesso di capire cosa fosse realistico attendersi dal testo finale e cosa no, tanto che due settimane fa avevo azzardato una lista di ulteriori compiti per l’Agenzia per l’Italia Digitale derivanti dal nuovo decreto.

Da tempo si sapeva anche che non sarebbe stato preliminarmente pubblicato un documento di strategia ma che si sarebbe puntato direttamente su un corpo di norme eterogenee, per lo più aggiornamenti o aggiustamenti di una filiera esistente. Diverso il cammino seguito nell’elaborazione della parte dedicata alle start up, che ha visto l’istituzione di una task force e la pubblicazione prima di un corposo rapporto e dopo della normativa. La spiegazione di questa differenza di metodo è probabilmente la chiara ownership del tema start up da parte del ministro Passera, contrapposta alla complessità di competenze sull’agenda digitale identificate dal governo, del resto chiaramente percepibili nel testo del decreto.

Limitandomi a considerare le parti relative all’agenda digitale, quello che mi sento di dire è che manca ancora un chiaro rapporto con l’agenda digitale europea. Non solo non viene esplicitata la relazione concreta (tutt’altro che scontata) tra agenda italiana e agenda europea, ma soprattutto l’esistenza di un tale legame non è evidente nelle specifiche iniziative che costituiscono il punto di forza del decreto: dal documento digitale unificato al domicilio digitale del cittadino alla pubblicizzazione dei dati delle pubbliche amministrazioni.

Riprendo solo il tema dell’identità digitale di cui avevo già scritto il 27 agosto e il 29 agosto. In Europa non c’è affatto consenso sulle forme di identità digitale ma ce n’è sulla necessità che entrino in uso massicciamente e nel più breve tempo possibile, oltre che sul fatto che dialoghino tra loro a livello nazionale ed europeo.

Prova di ciò sono da un lato i governi che manifestano atteggiamenti innovativi verso l’identità digitale (il governo UK ha annunciato l’intenzione di adottare un approccio federato e virtualizzato basato su diversi sistemi di identità digitale utilizzati sul web) e dall’altro l’Europa, che ha realizzato le politiche e le architetture tecnologiche che possono assicurarne l’interoperabilità.

Anche se non è facile trovare una strategia in un decreto, l’impressione è che si stia principalmente puntando a conservare un approccio un po’ troppo stagionato ed essenzialmente nazionale. La nuova missione europea dell’Agenzia per l’Italia Digitale potrà forse contribuire ad arricchire questa impostazione e ad estenderla in chiave europea.

Gli articoli 19-22 della legge 134/2012

La legge 134/2012 è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’11 agosto 2012 e rappresenta la conversione del decreto-legge 83/2012, pubblicato il 26 giugno 2012.

Questo testo riporta in corsivo le modifiche contenute nel nuovo decreto crescita approvato dal Consiglio dei ministri del 4 ottobre 2012.

Art. 19 – Istituzione dell’Agenzia per l’Italia digitale

1. E’ istituita l’Agenzia per l’Italia Digitale, sottoposta alla vigilanza del Presidente del Consiglio dei Ministri o del Ministro da lui delegato, del Ministro dell’economia e delle finanze, del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, del Ministro dello sviluppo economico e del Ministro dell’istruzione, dell’universita’ e della ricerca.

2. L’Agenzia opera sulla base di principi di autonomia organizzativa, tecnico-operativa, gestionale, di trasparenza e di economicita’ e persegue gli obiettivi di efficacia, efficienza, imparzialita’, semplificazione e partecipazione dei cittadini e delle imprese. Per quanto non previsto dal presente decreto all’Agenzia si applicano gli articoli 8 e 9 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300.

Art. 20 – Funzioni

1. L’Agenzia per l’Italia Digitale e’ preposta alla realizzazione degli obiettivi dell’Agenda digitale italiana, in coerenza con gli indirizzi elaborati dalla Cabina di regia di cui all’articolo 47 del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, convertito in legge con modificazioni dalla legge 4 aprile 2012, n. 35, e con l’Agenda digitale europea.

2. L’Agenzia svolge, altresi’, fatte salve le funzioni dell’INDIRE per quanto attiene il supporto allo sviluppo dell’innovazione del piano di innovazione nelle istituzioni scolastiche, le funzioni di coordinamento, di indirizzo e regolazione affidate a DigitPA dalla normativa vigente e, in particolare, dall’articolo 3 del decreto legislativo 1º dicembre 2009, n. 177 fatto salvo quanto previsto dal successivo comma 4, nonche’ le funzioni affidate all’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione istituita dall’articolo 1, comma 368, lettera d), della legge 23 dicembre 2005, n. 266 e le funzioni svolte dal Dipartimento per la digitalizzazione della pubblica amministrazione e l’innovazione tecnologica della Presidenza del Consiglio dei Ministri. L’Agenzia svolge, altresi’, le funzioni dell’Istituto superiore delle comunicazioni e delle tecnologie dell’informazione in materia di sicurezza delle reti. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, da emanare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, su proposta del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, sono individuati i criteri per il trasferimento del personale in servizio presso l’Istituto superiore delle comunicazioni e delle tecnologie dell’informazione, necessario allo svolgimento delle funzioni di cui al precedente periodo. Il Ministero dello sviluppo economico provvede alla riduzione delle strutture e delle dotazioni organiche in misura corrispondente alle funzioni e al personale effettivamente trasferito all’Agenzia. L’Agenzia assicura il coordinamento informatico dell’amministrazione statale, regionale e locale, in attuazione dell’articolo 117, secondo comma, lettera r), della Costituzione.

3. In particolare l’Agenzia esercita le sue funzioni nei confronti delle pubbliche amministrazioni allo scopo di promuovere la diffusione delle tecnologie digitali nel Paese e di razionalizzare la spesa pubblica. A tal fine l’Agenzia:

a) contribuisce alla diffusione dell’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, allo scopo di favorire l’innovazione e la crescita economica, anche mediante lo sviluppo e l’accelerazione della diffusione delle Reti di nuova generazione (NGN);

b) detta indirizzi, regole tecniche e linee guida in materia di sicurezza informatica e di omogeneita’ dei linguaggi, delle procedure e degli standard, anche di tipo aperto, in modo da assicurare anche la piena interoperabilita’ e cooperazione applicativa tra i sistemi informatici della pubblica amministrazione e tra questi e i sistemi dell’Unione europea;

c) assicura l’omogeneita’, mediante il necessario coordinamento tecnico, dei sistemi informativi pubblici destinati ad erogare servizi ai cittadini ed alle imprese, garantendo livelli uniformi di qualita’ e fruibilita’ sul territorio nazionale, nonche’ la piena integrazione a livello europeo;

d) supporta e diffonde le iniziative in materia di digitalizzazione dei flussi documentali delle amministrazioni, ivi compresa la fase della conservazione sostitutiva, accelerando i processi di informatizzazione dei documenti amministrativi e promuovendo la rimozione degli ostacoli tecnici, operativi e organizzativi che si frappongono alla realizzazione dell’amministrazione digitale e alla piena ed effettiva attuazione del diritto all’uso delle tecnologie, previsto dall’articolo 3 del codice dell’amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, e successive modificazioni;

e) vigila sulla qualita’ dei servizi e sulla razionalizzazione della spesa in materia informatica, anche in collaborazione con CONSIP Spa e SOGEI Spa;

f) promuove e diffonde le iniziative di alfabetizzazione informatica rivolte ai cittadini, nonche’ di formazione e addestramento professionale destinate ai pubblici dipendenti, anche mediante intese con la Scuola superiore della pubblica amministrazione e il Formez, e il ricorso a tecnologie didattiche innovative, nell’ambito delle dotazioni finanziarie disponibili, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica;

g) effettua il monitoraggio, anche a campione, dell’attuazione dei piani di Information and Communication Technology (ICT) delle pubbliche amministrazioni, redatti in osservanza delle prescrizioni di cui alla lettera b), sotto il profilo dell’efficacia, economicita’ e qualita’ delle realizzazioni, proponendo agli organi di governo degli enti e, ove necessario, al Presidente del Consiglio dei Ministri, le conseguenti misure correttive, nonche’ segnalando alla Corte dei conti casi in cui si profilino ipotesi di danno erariale;

h) svolge attivita’ di progettazione e coordinamento delle iniziative strategiche e di preminente interesse nazionale, anche a carattere intersettoriale, per la piu’ efficace erogazione di servizi in rete della pubblica amministrazione a cittadini e imprese;

i) costituisce autorita’ di riferimento nazionale nell’ambito dell’Unione europea e internazionale; partecipa all’attuazione di programmi europei al fine di attrarre, reperire e monitorare le fonti di finanziamento finalizzate allo sviluppo della societa’ dell’informazione;

l) adotta indirizzi e formula pareri facoltativi alle amministrazioni sulla congruita’ tecnica ed economica dei contratti relativi all’acquisizione di beni e servizi informatici e telematici, anche al fine della piena integrazione dei sistemi informativi;

m) promuove, anche a richiesta di una delle amministrazioni interessate, protocolli di intesa e accordi istituzionali finalizzati alla creazione di strutture tecniche condivise per aree omogenee o per aree geografiche, alla risoluzione di contrasti operativi e al piu’ rapido ed effettivo raggiungimento della piena integrazione e cooperazione applicativa tra i sistemi informativi pubblici, vigilando sull’attuazione delle intese o degli accordi medesimi.

3-bis. L’Agenzia promuove altresì la definizione e lo sviluppo di grandi progetti strategici di ricerca e innovazione connessi alla realizzazione dell’Agenda Digitale Italiana e in conformità con il programma europeo Horizon2020, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo delle comunità intelligenti, la produzione di beni pubblici rilevanti, la rete a banda ultralarga, fissa e mobile e i relativi servizi, la valorizzazione digitale dei beni culturali e paesaggistici, la sostenibilità ambientale, i trasporti e la mobilità, la difesa e la sicurezza, nonché al fine di mantenere e incrementare la presenza sul territorio nazionale di significative competenze di ricerca e innovazione industriale

4. Dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto sono affidate alla societa’ CONSIP Spa le attivita’ amministrative, contrattuali e strumentali gia’ attribuite a DigitPA ai fini della realizzazione e gestione dei progetti in materia, nel rispetto delle disposizioni del comma 3.

5. L’Agenzia svolge le funzioni assegnate attenendosi al principio dell’ottimizzazione e razionalizzazione della spesa in materia informatica, al fine di ottenere significativi risparmi, comunque garantendo, a decorrere dal 2013, un risparmio di spesa non inferiore a 12 milioni di euro all’anno rispetto alla spesa complessiva affrontata dalle amministrazioni pubbliche nel settore informatico nell’anno 2012.

Art. 21 – Organi e statuto

1. Sono organi dell’Agenzia: a) il Direttore generale; b) il Comitato di indirizzo; c) il Collegio dei revisori dei conti.

2. Entro sessanta giorni dall’entrata in vigore del presente decreto, il Presidente del Consiglio dei Ministri, o il Ministro delegato, di concerto con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, con il Ministro dello sviluppo economico, con il Ministro dell’istruzione, dell’universita’ e della ricerca e con il Ministro dell’economia e finanze nomina, previo avviso pubblico, il Direttore generale tra persone di particolare e comprovata qualificazione professionale in materia di innovazione tecnologica e in possesso di una documentata esperienza di elevato livello nella gestione di processi di innovazione.

3. Il Direttore generale e’ il legale rappresentante dell’Agenzia, la dirige e ne e’ responsabile. Resta in carica tre anni e non è soggetto all’applicazione dell’art. 19, comma 8, del decreto Legislativo 30 marzo 2001, n. 165.

4. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, o del Ministro delegato, su proposta del Ministro dello sviluppo economico, del Ministro dell’istruzione, dell’universita’ e della ricerca e del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, e’ approvato lo statuto dell’Agenzia entro 45 giorni dalla nomina del Direttore generale, in conformita’ ai principi e criteri direttivi previsti dall’articolo 8, comma 4, del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, in quanto compatibili con il presente decreto. Lo Statuto prevede che il Comitato di indirizzo sia composto da un rappresentante della Presidenza del Consiglio dei Ministri, un rappresentante del Ministero dello sviluppo economico, un rappresentante del Ministero dell’istruzione, dell’universita’ e della ricerca, un rappresentante del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, un rappresentante del Ministero dell’economia e finanze e due rappresentanti designati dalla Conferenza Unificata, tutti in possesso dei requisiti di qualificazione professionale di cui al comma 2. Ai componenti del Comitato di indirizzo non e’ corrisposto alcun emolumento, indennita’ o rimborso di spese. Con lo statuto sono altresi’ disciplinate le modalita’ di nomina, le attribuzioni e le regole di funzionamento del Comitato di indirizzo e le modalita’ di nomina del Collegio dei Revisori, composto da tre membri.

Art. 22 – Soppressione di DigitPa e dell’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione; successione dei rapporti e individuazione delle effettive risorse umane e strumentali

1. Dalla data di entrata in vigore del presente decreto, DigitPA e l’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione sono soppressi.

2. Al fine di garantire la continuita’ delle attivita’ e dei rapporti facenti capo alle strutture soppresse, gli organi in carica alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto continuano a svolgere le rispettive funzioni fino alla nomina del Direttore generale e deliberano altresi’ i bilanci di chiusura degli enti soppressi alla data di cessazione degli enti stessi, che sono corredati dalla relazione redatta dall’organo interno di controllo in carica alla medesima data e trasmessi per l’approvazione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e al Ministero dell’economia e delle finanze. Il Direttore generale esercita in via transitoria le funzioni svolte dagli enti soppressi e dal Dipartimento di cui all’articolo 20, comma 2, in qualita’ di commissario straordinario, fino alla nomina degli altri organi dell’Agenzia per l’Italia Digitale.

3. Sono trasferite all’Agenzia per l’Italia Digitale il personale di ruolo delle amministrazioni di cui all’articolo 20, comma 2, le risorse finanziarie e strumentali degli enti e delle strutture di cui al medesimo articolo 20, comma 2, compresi i connessi rapporti giuridici attivi e passivi, senza che sia esperita alcuna procedura di liquidazione, neppure giudiziale. E’ fatto salvo il diritto di opzione per il personale in servizio a tempo indeterminato presso il Dipartimento per la digitalizzazione della pubblica amministrazione e l’innovazione tecnologica della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Per i restanti rapporti di lavoro l’Agenzia subentra nella titolarita’ del rapporto fino alla naturale scadenza.

4. Il personale attualmente in servizio in posizione di comando presso le amministrazioni di cui all’articolo 20, comma 2, puo’ optare per il transito alle dipendenze dell’Agenzia. Il transito e’ effettuato, previo interpello, con valutazione comparativa della qualificazione professionale posseduta nonche’ dell’esperienza maturata nel settore dell’innovazione tecnologica, dell’anzianita’ di servizio nelle amministrazioni di cui all’articolo 20, comma 2, e dei titoli di studio. Il personale comandato non transitato all’Agenzia ritorna all’amministrazione o all’ente di appartenenza.

5. Nelle more della definizione dei comparti di contrattazione, ai sensi dell’articolo 40, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, al personale dell’Agenzia si applica il contratto collettivo nazionale di lavoro del personale del comparto enti pubblici non economici.

6. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, o del Ministro delegato, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, con il Ministro dell’istruzione, dell’universita’ e della ricerca, con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, da emanarsi entro quarantacinque giorni dalla nomina del Direttore generale dell’Agenzia, e’ determinata l’effettiva dotazione delle risorse umane, nel limite del personale effettivamente trasferito ai sensi dei commi 3 e 4, con corrispondente riduzione delle dotazioni organiche delle amministrazioni di provenienza, fissata entro il limite massimo di 150 unita’, nonche’ la dotazione delle risorse finanziarie e strumentali necessarie al funzionamento dell’Agenzia stessa, tenendo conto del rapporto tra personale dipendente e funzioni dell’Agenzia, in un’ottica di ottimizzazione delle risorse e di riduzione delle spese per il funzionamento e per le collaborazioni esterne. Con lo stesso decreto e’ definita la tabella di equiparazione del personale trasferito con quello appartenente al comparto enti pubblici non economici. I dipendenti trasferiti mantengono l’inquadramento previdenziale di provenienza, nonche’ il trattamento economico fondamentale e accessorio, limitatamente alle voci fisse e continuative, corrisposto al momento dell’inquadramento. Nel caso in cui il trattamento risulti piu’ elevato rispetto a quello del comparto enti pubblici non economici, il personale percepisce per la differenza un assegno ad personam riassorbibile con i successivi miglioramenti economici.

7. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, o del Ministro delegato, da emanarsi entro quarantacinque giorni dalla nomina del Direttore generale dell’Agenzia, e non oltre la data di adozione del decreto di cui al comma 6, le strutture della Presidenza del Consiglio dei Ministri sono adeguate in considerazione del trasferimento delle funzioni di cui all’articolo 20, comma 2.

8. All’attuazione degli articoli 19, 20, 21 e 22 si provvede con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

9. All’Agenzia si applicano le disposizioni sul patrocinio e sull’assistenza in giudizio di cui all’articolo 1 del testo unico di cui al regio decreto 30 ottobre 1933, n. 1611.

10. Il comma 1 dell’articolo 68 del codice dell’amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, e’ sostituito dal seguente: «1. Le pubbliche amministrazioni acquisiscono programmi informatici o parti di essi a seguito di una valutazione comparativa di tipo tecnico ed economico tra le seguenti soluzioni disponibili sul mercato: a) software sviluppato per conto della pubblica amministrazione; b) riutilizzo di software o parti di esso sviluppati per conto della pubblica amministrazione; c) software libero o a codice sorgente aperto; d) software combinazione delle precedenti soluzioni. Solo quando la valutazione comparativa di tipo tecnico ed economico dimostri l’impossibilita’ di accedere a soluzioni open source o gia’ sviluppate all’interno della pubblica amministrazione ad un prezzo inferiore, e’ consentita l’acquisizione di programmi informatici di tipo proprietario mediante ricorso a licenza d’uso. La valutazione di cui al presente comma e’ effettuata secondo le modalita’ e i criteri definiti dall’Agenzia per l’Italia Digitale, che, a richiesta di soggetti interessati, esprime altresi’ parere circa il loro rispetto».