Penso che i servizi innovativi di Uber, Airbnb o Udacity siano molto desiderati dai consumatori non solo per le loro caratteristiche economiche ma anche perché insinuano che si possa finalmente fare a meno di processi amministrativi arretrati, sempre meno comprensibili e tollerati. Allo stesso tempo riescono ad incorporare i social data nei quali sempre più si rispecchia la nostra vita intellettuale e sociale. Per questi motivi Uber e Co. potrebbero fare uscire dal mercato non soltanto i loro concorrenti ma anche lo stato, ed entrambi per la stessa ragione: perché i loro processi non sono più al passo con i tempi.

Non vorrei occuparmi di problemi legali, che naturalmente ci sono. Nessuna innovazione è tanto estrema da autorizzare chiunque, dall’autista all’affittacamere al datore di lavoro, a non rispettare le leggi. Ma è innegabile che molti importanti processi amministrativi (rilascio di autorizzazioni amministrative e sanitarie, comunicazioni alla questura e mille altri), sui quali si basa spesso la nostra fiducia verso chi ci propone un servizio, vengono inevitabilmente logorati. Richiamo brevemente alcuni esempi più noti ma penso a decine di altri servizi innovativi che tutti stiamo sperimentando in questi anni.

Uber ha introdotto alcune varianti innovative di servizio di trasporto pubblico, simili al taxi o al car sharing ma chiaramente ispirate a modalità crowd sourcing, in cui gli autisti sono selezionati o registrati dall’azienda anziché dallo stato e quindi sono privi di autorizzazioni formali (come pure del bisogno di investire cifre cospicue nel commercio semi-legale delle licenze). Ovviamente i processi amministrativi nati per regolare il settore diventano praticamente irrilevanti.

Airbnb permette di affittare stanze e appartamenti privati, operando quindi accanto ad alberghi, affittacamere, bed and breakfast e soggetti simili, ma con la differenza che proprietari e clienti sono identificati, registrati e vigilati da Airbnb in collaborazione con assicurazioni e circuiti di carte di credito, oltre agli stessi proprietari e clienti che si controllano a vicenda pubblicamente per aumentare la credibilità del servizio. L’identificazione dei soggetti coinvolti si appoggia ai circuiti delle carte di credito, come fanno da tempo molti stati, dagli USA alla Finlandia.

Udacity ha annunciato che rilascerà ai suoi studenti dei crediti di studio simili a quelli universitri, con la differenza che si tratterà di titoli di studio non riconosciuti dallo stato ma studiati e accettati dall’industria, che quindi li valuterà favorevolmente in relazione alle proprie necessità. Presto sarà quindi possibile seguire corsi di informatica i cui contenuti saranno coordinati con le stesse aziende interessate ad assumere specialisti IT.

L’effetto dirompente che questi operatori stanno esercitando sulla società è testimoniato dalle reazioni di cui leggiamo sempre più spesso. In molti casi lo stato reagisce, ad esempio costringendo Uber e i suoi operatori a sospendere le attività, mentre in qualche altro caso si pensa con maggiore lungimiranza ad aggiornare leggi e regolamenti.

Quello che vorrei sottolineare, però, è che ci sono punti sui quali potrebbe essere molto difficile se non impossibile immaginare adeguamenti o conciliazioni sostenibili. Consideriamo ad esempio i dati prodotti da questi servizi: non solo i dati identificativi di autisti, proprietari, clienti o studenti ma anche i testi, le fotografie, i social graph, i dati georeferenziati di ogni tipo e i dati di pagamento generati dagli utenti. In relazione allo svolgimento dei servizi, questi dati non sono più raccolti e utilizzati dai singoli stati su scala territoriale, come fino a ieri peraltro in una misura che oggi appare ridottissima, ma da aziende globali su scala transnazionale, verticalmente, per tipo di servizio. La raccolta di questi dati permette a Uber, Airbnb e Udacity di realizzare la parte social dei loro servizi, che forse è la più innovativa.

Questo può fare ipotizzare che dietro alla comparsa e al successo di questi servizi non ci sia solo una domanda latente per questo o per quel servizio o i prezzi concorrenziali o le modalità di fruizione più flessibili, che può essere soddisfatta dal web 2.0. Forse i servizi di Uber, Airbnb e Udacity rispondono anche al fascino esercitato sugli utenti da una gestione dei processi (e dei loro dati) molto più innovativa e adeguata alla società attuale rispetto alla arretratezza dimostrata dallo stato nel compiere gli stessi compiti. Vi ricordate quando lo stato era il principale gestore dei dati dei cittadini? Sembrano passati secoli. Ad alcune tradizionali connotazioni negative dello stato, in termini di lentezza, costi, inflessibilità, inappellabilità, se ne stanno probabilmente sommando altre dovute alla incapacità di gestire (se non addiruttura di vedere) l’enorme quantità e varietà dei dati social che associamo non solo alla fruizione di un qualunque servizio ma in generale ad una una parte crescente della nostra vita sociale e intellettuale.

Se questo è vero, nel prossimo futuro dobbiamo attenderci la comparsa di servizi online molto più dirompenti rispetto al noleggio di un’auto o all’affitto di un’appartamento, che pure hanno scatenato proteste intense. Si possono intravvedere servizi forniti da privati nei settori più disparati, dalla sanità alla scuola, dalla ricerca di lavoro ai servizi anagrafici, che utilizzeranno crescenti quantità di dati personali e che le persone adotteranno prontamente, nonostante i conflitti giudiridici e l’impatto sui processi amministrativi dello stato, il cui ruolo verrebbe gradualmente marginalizzato da aziende globali.

Non so come Internet farà evolvere l’interazione tra pubblico e privato ma considero questa ipotesi molto affascinante e, come diceva Totò, “voglio proprio vedere dove vogliono arrivare”.

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