Il 6 giugno il governo Renzi ha avviato la selezione del direttore generale dell’Agenzia per l’Italia Digitale.

C’è una regola non scritta che sconsiglia ai dipendenti di esprimere giudizi sul profilo ideale dei loro futuri responsabili. La regola può essere interpretata in senso prudenziale, nel senso che un parere del genere potrebbe minare i rapporti personali tra dipendente e responsabile, oppure in senso prescrittivo, nel senso che queste opinioni possono essere interpretate come lesive del rapporto di subordinazione, specialmente da parte di chi ritiene il funzionario pubblico uno strumento passivo in mano a volontà politiche sovrastanti.

Per la verità questa regola l’avevo già infranta due anni fa, quando si attendeva la nomina del primo direttore generale dell’Agenzia, e non ho osservato alcuna conseguenza negativa sul mio lavoro o sulla mia organizzazione in qualche modo riconducibile a quanto avevo scritto. Forse perché le qualità che avevo richiamato erano “innovatore, tecnologo e europeista”, caratteristiche sicuramente valide anche oggi e probabilmente comuni a chiunque abbia deciso di candidarsi per una posizione del genere. E d’altra parte che cos’altro si può chiedere?

La ragione per cui torno sull’argomento è che in questi due anni mi sono convinto che le caratteristiche di un direttore sono meno importanti rispetto alla visione che ha portato a sceglierlo. Sarà infatti l’adeguatezza, la chiarezza e la completezza di quella visione a permettere al governo di costruire un rapporto produttivo con quella persona, e quindi a rendere possibili i risultati che tutti si attendono.

È per questo che oggi voglio insistere su una sola delle tre caratteristiche: l’europeismo. Credo che sia a livello politico che a livello esecutivo debbano essere fatte scelte pienamente europee, le sole che rappresentano una garanzia per minimizzare il tipo di errori fatti in passato. L’Agenzia dovrebbe diventare il principale motore di una integrazione di politiche e di uno scambio di esperienze con le istituzioni europee e con gli stati membri su tutti i temi chiave dell’agenda digitale. Si noti che questo cammino era stato già ben delineato nel decreto-legge 83/2012 ma adesso dovrà essere percorso.

Se chi effettuerà la scelta avrà ben chiare tutte le straordinarie conseguenze che il digitale può avere sulla società italiana, dalla più grande amministrazione centrale alla più piccola impresa artigiana, dal coltivatore diretto alla startup di successo, dai più giovani ai più vecchi, l’Agenzia e il suo direttore avranno modo di contribuire al progresso del nostro Paese nei contesti che gli sono propri. In caso contrario potremmo assistere ad un’altra reiterazione dell’incessante ciclo di governance che accompagna questo ente da oltre venti anni e che riporto qui sotto in formato “Bignami”:

AIPA (1993 – 2004): Rey, Batini / Zoffoli
Centro Tecnico (1997 – 2004): Sassi, Osnaghi, Pagani
CNIPA (2004 – 2009): Zoffoli, D’Orta, Cittadino
DigitPA (2010 – 2012): Pistella, Beltrame / De Rita
AgID (2012 – 2014): Ragosa

Per valutare quanto sia importante una visione ricca e articolata del futuro digitale di un paese rispetto alla scelta delle persone consiglio di rileggere la direttiva del Presidente del consiglio dei ministri del 5/9/1995 (“Princìpi e modalità per la realizzazione della Rete unitaria della pubblica amministrazione“): quante affermazioni francamente ingenue, quanti scenari al limite dell’imbarazzante. Non dovrebbe sorprendere nessuno che ben poche delle cose pianificate venti anni fa siano state ultimate o comunque abbiano prodotto i risultati attesi.

In conclusione, ritengo che all’Agenzia e al suo direttore dovrà essere chiesto di operare rapidamente ed efficacemente nel contesto europeo, come del resto fanno le organizzazioni analoghe di alcuni dei paesi più digitali di Europa. E un direttore con qualche anno di esperienza all’estero, magari presso la Commissione, non guasterebbe. Ma questa è solo un’opinione personale.

 

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