Ieri sera ho letto un post di @eulogia, al secolo Eugenio Scalfari, infaticabile curatore di un blog molto letto dai frequentatori della Rete, “L’Espresso”. Nel suo post, intitolato “È il libro la causa dell’ignoranza”, @eulogia prende spunto dal recente post di Umberto Eco che una settimana fa, sempre su “L’Espresso”, aveva scritto una divertente denuncia del preoccupante rapporto che i giovani hanno con la storia. Un video pubblicato su Youtube e visto ad oggi da più di due milioni di persone mostra quattro giovani partecipanti al quiz televisivo condotto da Carlo Conti mentre con espressione serena collocano eventi che coinvolgono  Benito Mussolini e Adolf Hitler nel 1964 o nel 1979. Per loro il passato sembra essersi appiattito in una nubulosa indefferenziata che, scriveva Eco, non avrebbe giustificazioni visto che in una biblioteca “anche il lettore più smandrappato” può trovare tutte le informazioni che desidera. Come spiegare allora l’incapacità di questi giovani di rispondere a banali domande di storia contemporanea? Carenze della scuola e dei genitori o malattia generazionale?

Ed ecco che nella seconda parte del post Eugenio Scalfari propone una coraggiosa e illuminante spiegazione del fenomeno di cui riporto i passaggi più significativi.

“Osservo tuttavia che Eco considera il libro, e in generale la memoria artificiale affidata alla tecnologia, una risorsa per stimolare i giovani mettendo a loro disposizione una massa enorme di informazioni. Su questo il mio pensiero differisce molto dal suo. Secondo me, infatti, la tecnologia della memoria artificiale rappresentata dal libro è la causa prima dell’appiattimento sul presente o almeno una delle cause principali. La conoscenza artificiale esonera i lettori da ogni responsabilità: non hanno nessun bisogno di ricordare, sfogliare un libro o una rivista gli fornisce ciò di cui in quel momento hanno bisogno. C’è chi ricorda per te e tanto basta e avanza.

Ma c’è di più: la possibilità di entrare in contatto, sempre attraverso la parola scritta, con qualunque abitante del mondo, di comunicare con un residente in Australia e, a tuo piacimento, con uno che vive nei Caraibi o in Brasile o nel Sudafrica o a Pechino, sembra inserirti in una folla di contatti e di compagnia. In realtà è l’opposto: ti confina nella solitudine. Molti appassionati delle lettere infatti hanno smesso di frequentare il prossimo e restano ritirati in casa immersi tra i libri e le epistole. L’amore anche fisico attraverso la scrittura è diventato abituale per molti. Si chiama da tempo “amore solitario” e infatti lo è.

Infine la scrittura ha modificato il pensiero, ha ridotto al minimo la parola. Perfino il Papa si serve di essa per comunicare con molti milioni di persone con frasi che non superano una o due righe di lunghezza. Tra il pensiero e la parola c’è un rapporto interattivo. I nostri giovani ascoltano gli anziani e i saggi attraverso i libri. Cioè ascoltano la conoscenza e la cultura ridotta ad una fila di segni discreti allineati su una pagina. Il numero dei segni usati è ormai al minimo, non più di venti o trenta nelle diverse lingue, e poiché tra pensiero e linguaggio c’è un’interazione, ne deriva che il pensiero si è anchilosato come il linguaggio scritto. La malattia è estremamente preoccupante e segna un passaggio di epoca. Caro Umberto credimi, è qualcosa di più di una malattia generazionale.”

PS: come vi sarete accorti, si tratta soltanto di un parodia. Eugenio Scalfari non si è scagliato contro la carta stampata (e vorrei vedere) ma contro Internet come causa di ignoranza. Strano che i suoi argomenti possono essere utilizzati in modo altrettanto poco convincente per puntare il dito contro i danni causati dalla scrittura alla conoscenza tramandata oralmente. E forse la passione di Scalfari per il mondo greco qualcosa c’entra.

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