Si è appena conclusa ad Adelaide in Australia la cerimonia di premiazione della World Solar Challenge 2013, il rally hi-tech che dal 1987 mette a confronto i migliori veicoli solari. Per tutta la settimana ho potuto seguire la gara sui canali Youtube del WSC13 e di alcuni dei team in gara. Mentre guardavo su uno smart TV gli spettacolari aggiornamenti quotidiani in alta definizione pensavo che i nostri canali televisivi pubblici (e non solo) che non coprivano l’evento sono per lo più in bassa definizione.

Tornando alla gara, come avevo scritto la parte più interessante per me è la nuova classe Cruiser, che punta a stimolare la produzione di auto solari grandi, comode, affidabili. E, come speravo, ha vinto Stella, l’auto prodotta dal team dell’università di Eindhoven (NL), soprannominata “magic school bus” perché era l’unica quattro posti in gara. Al secondo e al terzo posto si sono piazzati il team dell’università di Bochum (DE) e il team dell’università del New South Wales (AU).

Nella più tradizionale classe Challenger, il cui regolamento privilegia la velocità e l’efficenza energetica, hanno vinto i team delle università di Delft (NL), Tokai (JP) e Twente (NL). Delft partecipa alla competizione dal 2001 e ha vinto già cinque volte, mentre Tokai è alla seconda vittoria. Quindi, tre squadre olandesi tra i primi sei classificati nelle due categorie.

Certo le università olandesi hanno costruito attorno ai loro progetti delle grandi partnership. Delft per esempio è finanziata dalla utility olandese-svedese a capitale pubblico Nuon. Si intuisce lo sforzo per arrivare primi alle tecnologie che potrebbero portare sul mercato entro cinque o dieci anni un trasporto privato ecosostenibile, sempre più desiderato in tanti paesi del nord Europa e graditissimo immagino a chi produce energia elettrica. E si vede anche come i responsabili dei progetti, nati originariamente come iniziative studentesche, sono ancora in mano a ragazzi molto giovani, compresa Lot Jeurink, 20 anni, responsabile delle relazione esterne e pilota della Red Engine dell’università di Twente.

I media tradizionali, particolarmente quelli italiani, hanno parlato poco o nulla del WSC13, per lo più in termini nazionalistico-sportivi. A quanto si legge, l’auto solare Emilia 3 presentata dal team Onda Solare dell’università di Bologna ha corso nella classe Challenger arrivando al 10° posto su 22 partecipanti. Un buon piazzamento, se non fosse che dei 22 partecipanti solo 10 hanno tagliato il traguardo e quindi, tecnicamente, il team italiano è arrivato ultimo (e con ben 28 ore di distacco sul vincitore).

Non voglio minimizzare l’impegno e il sacrificio del team italiano, peraltro condiviso anche dagli altri team. Ma come non sussultare leggendo il resoconto della stessa università di Bologna che vanta di avere utilizzato quasi esclusivamente “componenti costruiti a Bologna”, quasi si trattasse di un prodotto IGP. Piuttosto, fa piacere scoprire che alcuni concorrenti stranieri abbiano installato sui loro veicoli le celle fotovoltaiche prodotte dalla Solbian di Torino.

E come non sorridere leggendo che Emilia 3 è stata “la prima macchina italiana completamente ad energia solare ad aver compiuto la traversata da nord a sud del deserto australiano” attraversando “3000 km di strade remote, schivando canguri e cammelli selvatici”? Nessun cenno alle sfide tecnologiche e industriali o alle prospettive del solare nel trasporto privato. Nessuna analisi del perché altre squadre siano arrivate più avanti di quella di Bologna. E ancora sorpresa per il lungo elenco di “partner istituzionali”, che comprende chissà peché anche una sigla sindacale.

In definitiva la gara è stata godibilissima e molto istruttivo. Purtroppo, non ci sarà nulla di strano se fra cinque o dieci anni compreremo un’auto solare olandese o tedesca o giapponese. Ma nel frattempo speriamo che l’università, la ricerca e l’industria italiana si rivelino all’altezza di uno dei paesi europei con la maggiore radiazione globale media annua.

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