Negli ultimi giorni ho notato una tendenza che non posso definire inattesa ma che comunque trovo significativa.

Sul Sole 24 Ore di oggi Antonello Cherchi (“Lo statuto fantasma“) parla di termini scaduti per l’Agenda digitale e di un’Agenzia per l’Italia digitale orfana dello statuto e resa una scatola vuota.

Due giorni fa sul Corriere delle Comunicazioni Michele Vianello (“Agenda digitale, è ora di delegificare“) si chiedeva: “Qualcuno continua a pensare davvero che l’Agenda Digitale italiana – ovviamente abbondantemente “legificata”- potrà mai affermarsi in presenza degli attuali modelli organizzativi?”.

E il 14 settembre, intervenendo alla festa nazionale di Scelta Civica accanto a Francesco Caio e ad altre persone informate dei fatti, Alfonso Fuggetta aveva chiesto al pubblico: “Ma veramente siamo convinti che l’Agenda digitale cambi il Paese?” (al minuto 17′ 30” circa).

Non che in passato nessuno si fosse mai accorto degli errori, delle inconguenze e dei ritardi che hanno accompagnato i piani di innovazione digitale dello stato italiano (nel mio piccolo anche io), ma in questi giorni l’impressione è che stia prendendo il sopravvento un doloroso senso della realtà. Come quando si condivide a lungo e con passione un lavoro, un amore o uno sport con qualcun’altro ma ad un certo punto ci si sorprende a vedere le cose per come sono anziché per come si vorrebbe che fossero.

Per ovvi motivi professionali attendo la pubblicazione dello statuto dell’Agenzia, e mi rendo anche conto che dopo riempita la scatola bisognerà concordare l’indirizzo a cui spedirla e riuscire a consegnarla nel più breve tempo possibile. Ma le opinioni che ho appena citato mi fanno temere che quando arriverà al destinatario, la scatola potrebbe rischiare di non venire neanche aperta.

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