Intercultura è un’associazione che promuove da quasi sessant’anni gli scambi internazionali tra studenti italiani e stranieri. È un’associazione benemerita, che ha permesso a tanti ragazzi del terzo anno delle superiori di frequentare un intero anno scolastico in una scuola di un altro paese, anche quando Erasmus non era stato ancora  inventato.

Pur non avendo partecipato ad uno scambio (purtroppo) ricordo che negli anni ’70 erano ben pochi a non conoscere Intercultura anche se pochi riuscivano a partire. Oggi il bando annuale di Intercultura prevede quasi 2000 posti per soggiorni di varia durata, di cui ben 559 per la frequenza di un intero anno scolastico.

Oltre che benemerita, Intercultura è anche brava a comunicare, tanto che non passa giorno che non se ne parli o non se ne scriva sui media. Qualche tempo fa, leggendo il bando per i programmi 2013-2014, ho notato che Intercultura finanzia direttamente 450 borse di studio proprie, totali o parziali, mentre altre 200 borse sono finanziate da sponsor privati, per lo più aziende, banche, fondazioni ed enti locali.

Mi ha sopreso che, di queste ultime borse sponsorizzate, praticamente tutte sono riservate ai figli dei dipendenti, pochissime sono dirette ai residenti di un certo territorio e una sola borsa è concessa, semplicemente, “a giovani meritevoli”.

La ragione per cui questa politica mi sembra sorprendente è che a mio parere non permette di cogliere tutte le potenzialità dell’iniziativa. L’obiettivo principale di uno scambio interculturale internazionale è aiutare i ragazzi ad aprirsi ad un mondo più ampio rispetto ai confini nazionali (che in Italia sono ancora relativamente stretti), ad un’età che da un lato permetta di affrontare le difficoltà di adattamento ma dall’altro produca dei vantaggi duraturi in termini di flessibilità e comprensione dell’altro. Come conferma chi ha fatto questa esperienza in passato, è qualcosa che lascia il segno e che spesso prepara ad una vita professionale più ricca e soddisfacente.

Sembra abbastanza ovvio quindi che il mondo dell’industria sia interessato ad aiutare chi vuole lanciarsi in questa avventura. Ma perché restringere la competizione ai soli figli dei dipendenti? Se infatti è chiaro il valore di una simile restrizione in termini di benefit (un soggiorno di un anno può pesare su una famiglia anche più di 10.000 euro), l’azienda potrebbe avere tutto l’interesse ad aiutare i ragazzi più svegli e dinamici, che possono ben essere altrove, nella speranza che qualcuno di loro, acquisite competenze internazionali anche personali oggi sempre più importanti, possa forse decidere un giorno di lavorare per l’azienda.

Che io sappia questa è la politica prevalente tra tante grandi aziende USA, che però investono non tanto per i propri dipendenti ma per aiutare i partecipanti appartenenti a minoranze, o gli studenti di discipline poco praticate o magari che risiedeono in una città dove hanno in progetto di assumere in futuro. Di questo tipo di scelte non c’è invece traccia nelle borse Intercultura sponsorizzate dalle aziende italiane.

Certo, non c’è niente di male nel volere fornire un benefit ai propri collaboratori ma, a meno che l’azienda non punti ad assumere i figli dei propri dipendenti, rivolgere le borse all’esterno dell’organizzazione anziché all’interno potrebbe produrre frutti migliori, sia in termini di persone (selezioni su una platea maggiore di partecipanti) sia di visibilità ed immagine dell’azienda.

Annunci