Difficile non provare sollievo per l’approvazione del “decreto crescita 2.0” da parte del Consiglio dei ministri di giovedì. L’attesa è stata veramente lunga e snervante, mentre non c’è dubbio che i bisogni della nostra società cui il decreto cerca di andare incontro sono sempre più pressanti.

Le anticipazioni dei mesi scorsi avevano già permesso di capire cosa fosse realistico attendersi dal testo finale e cosa no, tanto che due settimane fa avevo azzardato una lista di ulteriori compiti per l’Agenzia per l’Italia Digitale derivanti dal nuovo decreto.

Da tempo si sapeva anche che non sarebbe stato preliminarmente pubblicato un documento di strategia ma che si sarebbe puntato direttamente su un corpo di norme eterogenee, per lo più aggiornamenti o aggiustamenti di una filiera esistente. Diverso il cammino seguito nell’elaborazione della parte dedicata alle start up, che ha visto l’istituzione di una task force e la pubblicazione prima di un corposo rapporto e dopo della normativa. La spiegazione di questa differenza di metodo è probabilmente la chiara ownership del tema start up da parte del ministro Passera, contrapposta alla complessità di competenze sull’agenda digitale identificate dal governo, del resto chiaramente percepibili nel testo del decreto.

Limitandomi a considerare le parti relative all’agenda digitale, quello che mi sento di dire è che manca ancora un chiaro rapporto con l’agenda digitale europea. Non solo non viene esplicitata la relazione concreta (tutt’altro che scontata) tra agenda italiana e agenda europea, ma soprattutto l’esistenza di un tale legame non è evidente nelle specifiche iniziative che costituiscono il punto di forza del decreto: dal documento digitale unificato al domicilio digitale del cittadino alla pubblicizzazione dei dati delle pubbliche amministrazioni.

Riprendo solo il tema dell’identità digitale di cui avevo già scritto il 27 agosto e il 29 agosto. In Europa non c’è affatto consenso sulle forme di identità digitale ma ce n’è sulla necessità che entrino in uso massicciamente e nel più breve tempo possibile, oltre che sul fatto che dialoghino tra loro a livello nazionale ed europeo.

Prova di ciò sono da un lato i governi che manifestano atteggiamenti innovativi verso l’identità digitale (il governo UK ha annunciato l’intenzione di adottare un approccio federato e virtualizzato basato su diversi sistemi di identità digitale utilizzati sul web) e dall’altro l’Europa, che ha realizzato le politiche e le architetture tecnologiche che possono assicurarne l’interoperabilità.

Anche se non è facile trovare una strategia in un decreto, l’impressione è che si stia principalmente puntando a conservare un approccio un po’ troppo stagionato ed essenzialmente nazionale. La nuova missione europea dell’Agenzia per l’Italia Digitale potrà forse contribuire ad arricchire questa impostazione e ad estenderla in chiave europea.

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