Nei mesi scorsi si è sentito dire che la ragione principale del rinvio dell’agenda digitale italiana fosse l’assenza di finanziamenti. Non so quanto questo sia vero ma alcune indiscrezioni sul dossier Passera, discusso durante il consiglio dei ministri del 24 agosto, sembrano confermarlo. Lo stesso dossier ipotizzerebbe che i 450 milioni necessari potrebbero essere in parte finanziati con fondi europei.

Niente di più naturale: gli eventi economico-finanziari degli ultimi dodici mesi hanno convinto anche l’ultimo degli scettici che l’Europa non è lo “scenario” di uno spettacolo nazionale ma è situata invece in primo piano, e che anche la nostra agenda digitale poggia su una fitta rete di leggi, progetti e relazioni europee. Per comprenderlo basta ricordare alcune recenti iniziative europee:

  • Privacy e comunicazioni elettroniche (Direttiva 2002/58 e prossimo Regolamento);
  • Quadro comunitario per la firma elettronica (Direttiva 1999/93 in corso di revisione);
  • Iniziative europee sul cloud (Cloud computing strategy e Cloud computing initiative);
  • Diritti dei pazienti nella sanità transfrontaliera (Direttiva 2011/24);
  • Progetti-pilota finanziati dal programma europeo CIP su identità (STORK), appalti (PEPPOL), sanità (epSOS), giustizia (eCodex).

Ora, se si vorrà contare sui fondi europei per finanziare (in parte) l’agenda digitale, bisognerà ricordare che l’Unione europea finanzia solo le attività inserite nei piani di lavoro annuali previsti da specifici programmi, del resto ampiamente discussi con gli stati membri che, dopo averli approvati, partecipano anche alla loro gestione.

Quando si parla di agenda digitale si pensa a molte cose diverse che sono finanziabili attraverso una varietà di programmi europei, ciascuno dei quali ha origini e pratiche diverse. Quelli che negli ultimi quindici anni hanno finanziato lo sviluppo dell’eGovernment europeo sono ISA (il programma che dal 1994 finanzia l’interoperabilità delle pubbliche amministrazioni europee), CIP – ICT PSP (il programma di sostegno alle politiche ICT che fa parte del programma-quadro CIP per la competitività e l’innovazione), FP7 (il programma-quadro di ricerca) e, in prospettiva, Horizon 2020 (il nuovo programma-quadro che riunirà in un solo contenitore ricerca e innovazione) e CEF (il “meccanismo per connettere l’Europa” che dovrebbe far parte della programmazione finanziaria europea 2014-2020).

Le procedure di selezione dei progetti, di assegnazione dei fondi e di controllo della spesa svolte dalla UE possono apparire lente e pesanti. Ma se si prova a valutare separatamente e onestamente i diversi ruoli e responsabilità di UE, stati membri e beneficiari è difficile non convenire che si tratta invece di procedure più rapide, snelle e trasparenti di quelle di tanti paesi.

Quello che più conta però è che tutti questi programmi hanno in comune un approccio prevalentemente progettuale ma anche una spiccata competitività tra chi concorre ai bandi di finanziamento, anche quando, come nel caso del programma CIP, i concorrenti sono prevalentemente pubbliche amministrazioni europee.

Quindi per avere successo bisogna conoscere bene i potenziali partner e mettersi per tempo in relazione con loro. Bisogna disporre di meccanismi decisionali e anche istituzionali che permettano di impegnare risorse con molti mesi di anticipo, anche prima della pubblicazione dei bandi. Bisogna disporre di tutte le professionalità necessarie a realizzare i progetti, oppure essere in grado di reperirle in tempi certi (e rapidi).

Se si vogliono raccogliere i frutti migliori dell’agenda digitale europea, cioè i finanziamenti che provengono dai programmi citati, queste capacità, diffuse nell’industria, nei centri di ricerca e nelle università che già fruiscono proficuamente degli stessi finanziamenti, dovranno essere esercitate e coordinate in un ambito più ampio e complesso rappresentato dai numerosi stakeholder della nostra agenda digitale. Questo richiederà indubbiamente un elevato commitment a livello politico.

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