Probabilmente il declino di un Paese si può stimare dalla sua capacità di dissimulare il vecchio sotto l’apparenza del nuovo. È possibile che questa perniciosa tendenza si manifesti anche nell’Agenda digitale ?

Me lo sono chiesto leggendo il manifesto pubblicato il 28 luglio da Michele Boldrin, Sandro Brusco, Alessandro De Nicola, Oscar Giannino, Andrea Moro, Carlo Stagnaro e Luigi Zingales.

A prima vista, viene spontaneo pensare che l’innovazione digitale rappresenti una sorta di concime per tutti i cambiamenti auspicati nei dieci interventi per la crescita. Lo sviluppo dell’industria ICT, l’aumento generalizzato della produttività, l’evoluzione delle strutture organizzative e delle forme di interazione sociale, che vengono citati tra i prodotti dell’innovazione digitale, causando un uso più efficente delle risorse e una maggiore partecipazione dovrebbero sostenere il progresso sociale ed economico in modo trasversale.

Ma spesso nel nostro Paese, forse più che altrove, ad una innovazione corrisponde una resturazione uguale e contraria. La nostra società, oltre a resistere al cambiamento, come forse è naturale, ha sviluppato una particolare e a tratti sconcertante capacità di contrasto all’innovazione basata, tra le altre cose, sulla  svalutazione dei beni intangibili e sulla sfiducia nell’intermediazione impersonale. Questo ha portato, ancora oggi, ad una ridotta adozione di servizi e processi innovativi, genericamente percepiti come inaffidabili e non alla moda. Parallelamente, si osserva una sorta di restaurazione digitale che costruisce servizi e processi, innovativi solo nel marketing, che gravano sulle tasche dei consumatori e dei cittadini ancor più dei servizi e dei processi tradizionali e che contribuiscono ad approfondire il digital divide anziché a colmarlo.

Per spiegare meglio cito il caso del protocollo informatico, introdotto dal Decreto del Presidente della Repubblica 428/1998 e da una serie di successivi provvedimenti. Apparentemente si tratta di un grande salto avanti rispetto al protocollo umbertino, descritto sobriamente dal Regio Decreto 35/1900. Non sono in grado di stimare quanto sia stato speso finora per sviluppare e diffondere il protocollo informatico ma temo che i vantaggi percepiti dai cittadini siano stati ben scarsi, se non altro perché le interazioni con lo stato, come ormai con qualsiasi soggetto, si sostanziano sempre meno in documenti e sempre più in modifiche di archivi elettronici di tipo non documentale. Dalla pubblica amministrazione oggi un cittadino si attende tutt’altro rispetto alla possibilità (peraltro rimasta largamente teorica) di spedire documenti attraverso “canali telematici” poco innovativi nelle modalità e poco appetibili nei tempi.

Questa è una storia di tanti anni fa, ma passiamo all’Agenda digitale. I prodotti della Cabina di regia saranno noti entro settembre ma sono noti i suoi obiettivi. Leggendo ad esempio gli obiettivi di eGovernment, per quanto possano apparire incompleti e provvisori, e confrontandoli con quelli della Digital Agenda for Europe è comunque evidente l’enfasi sulla posta elettronica certificata (o PEC) e sulla “piena applicazione” del codice dell’amministrazione digitale (o CAD). Se ne deduce che molte risorse verranno dedicate alla diffusione di uno strumento di comunicazione di natura documentale, nato per l’interazione tra esseri umani e dettagliatamente regolato per via normativa. Uno strumento non innovativo, di cui non c’è traccia nell’Agenda digitale europea come peraltro in quasi nessun altro Paese europeo, ma che è certamente in grado di rassicurare un apparato statale che si nutre appunto di documenti, di relazioni personali e di norme.

La proposta “Fermare il Declino” non ne parla specificamente, ma forse uno degli interventi per la crescita del Paese potrebbeconsistere proprio nel contrastare e vanificare la restaurazione digitale, che si manifesta tanto nel settore pubblico quanto in quello privato, e promuovere l’innovazione digitale in tutte le sue manifestazioni sempre più presenti nel nostro scenario quotidiano.

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