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Il 10 luglio la commissione Trasporti della Camera ha riunito in un solo testo (“Disposizioni per lo sviluppo dei servizi elettronici e digitali”) due progetti di legge che vertevano su temi affini presentati dagli on. Gentiloni (PD) e Palmieri (PdL).

Vorrei commentare il nuovo testo unificato limitatamente alle disposizioni sulla pubblica amministrazione.

Premessa

Come si sa, nei primi mesi del 2012 sono partite una serie di attività governative e parlamentari che discendono dall’Agenda digitale europea.

Il 9 febbraio è stato pubblicato il DL 5/2012, approvato il mese prima dal Consiglio dei ministri, che all’art. 47 (“Agenda digitale italiana”) esprime l’intenzione del governo di seguire le indicazioni dell’Agenda digitale europea e annuncia l’istituzione di una cabina di regia per l’attuazione dell’Agenda digitale italiana.

Il 19 gennaio l’on. Gentiloni (PD) ha presentato la proposta di legge “Disposizioni per lo sviluppo dei servizi elettronici e digitali” (C. 4891). Nella premessa viene sottolineato il fatto che le soluzioni e misure proposte, adeguate al contesto nazionale, seguono puntualmente gli obiettivi dell’Agenda digitale europea.

Il 1° marzo viene istituita la cabina di regia suddivisa i sei gruppi di lavoro che, attraverso il coinvolgimento di molti stakeholder, e dei cittadini attraverso una consultazione pubblica, dovrà produrre dei progetti operativi e un pacchetto normativo che confluiranno nel decreto DigItalia.

Il 28 marzo l’on. Palmieri (PdL) ha presentato la proposta “Disposizioni per la realizzazione dell’Agenda digitale nazionale” (C. 5093), nella cui premessa si pone principalmente l’accento sul coinvolgimento del governo, del parlamento e degli operatori del settore per lo sviluppo delle imprese digitali, senza esplicito riferimento al quadro europeo.

Commenti

Art. 1 c. 1 lettera e) – E’ solo una pignoleria, ma l’espressione cloud computing definita qui non è usata nel testo (per fortuna).

Art. 2. – Bene l’idea di un disegno di legge annuale per l’incentivo e lo sviluppo dei servizi digitali che contenga tra l’altro disposizioni per rimuovere gli ostacoli legislativi e amministrativi nella pubblica amministrazione. Evidentemente, quali ministri proporranno e concerteranno il disegno di legge dipenderà dalla governance definitiva dell’Agenda digitale italiana. Se ad esempio la vigilanza sull’Agenzia per l’Italia digitale fosse esercitata dal Presidente del consiglio o dal suo ministro delegato, il disegno di legge annuale potrebbe essere proposto da lui.

Art. 28 – Nulla di male nel c. 1 (e anche per il c. 4) ma mi sembra che l’art. 68 del CAD dica quasi le stesse cose con maggiori dettagli.

La frase finale del c. 1 (forse c. 2) è invece una vera e propria bomba. La pubblicità di qualsiasi informazione in possesso delle istituzioni pubbliche (che non sono poche), senza specificare tariffe e altri vincoli, supera di slancio la stessa direttiva 2003/98/CE (“Riutilizzo delle informazioni nel settore pubblico”) e, a maggior ragione, il tiepido recepimento italiano a cui il nostro Paese è arrivato solo dopo una procedura d’infrazione. Mi chiedo se con l’espressione “le proprie informazioni e i dati contenuti nelle proprie banche dati” non si intendesse indicare una tipologia di dati più ristretta.

Anche il c. 3 è pienamente condivisibile, ma mi sembra che l’art. 12 c. 5 del CAD dica più o meno le stesse cose con più dettagli, compreso l’importante richiamo alla necessità di conformare le regole tecniche a quelle concordate a livello UE.

Per quanto riguarda invece l’interoperabilità tra le banche dati, va detto che il modo prevalente e preferibile per raggiungere questo obiettivo non è attraverso applicativi standard, in questo caso identificati dal Ministero della pubblica amministrazione e della semplificazione, ma definendo architetture e regole tecniche di interoperabilità. Che si chiamino SPC (Sistema pubblico di connettività) o in altro modo non importa molto: l’importante è che si seguano e si rendano obbligatorie da parte di tutte le istituzioni pubbliche le regole, ampiamente riconosciute, già discusse e in gran parte concordate in sede europea. Il riferimento principale è al vecchio programma europeo ISA (Interoperable Solutions for European Public Administrations), al quale è in parte ispirato anche il nostro CAD.

Al c. 5, l’analogia tra erogazione di servizi online e diffusione di trasmissioni televisive appare difficilmente sostenibile. Come insegna il confronto con gli altri stati membri, la sostituzione integrale dei servizi di sportello con servizi ad accesso digitale presuppone la disponibilità di alcuni “mattoncini” come l’identità elettronica, la firma digitale, l’interoperabilità tra le basi di dati e i sistemi utilizzati dalle diverse amministrazioni. In questi ambiti il nostro Paese registra talvolta punte di eccellenza, talvolta ritardi ma sempre disparità di adozione da parte delle diverse amministrazioni.

Con riferimento anche a quanto detto a proposito del c. 3, è utile rileggere le conclusioni del consiglio europeo del 28-29 giugno nelle quali, accanto alle familiari indicazioni di politica economica e finanziaria, cominciano ormai a comparire, ben cristallizati, i principali orientamenti di eGovernment concordati in anni di concertazione europea, come l’urgenza di attuare l’interoperabilità dell’identità elettronica e degli altri servizi digitali. Altri e più corposi riferimenti sono il Piano d’azione europeo di eGovernment 2011-2015, la stessa Agenda digitale europea e tutte le attività implementative finanziate dai programmi ISA, CIP e FP7. Se non si richiamano e soprattutto attuano queste indicazioni a livello nazionale, e si punta invece su pianificazioni temporali ravvicinate, è facile prevedere una serie di proroghe o, peggio, di inadempienze non sanzionabili.

Per inciso, dal momento che la natura territoriale delle reti televisive terrestri non trova corrispondenza nelle reti distribuite come Internet, non risulta evidente come e perché predisporre il piano di sostituzione o lo switch off per aree territoriali.

Art. 29 c. 1 – Sono condivisibili sia la necessità di garantire la riservatezza dei dati personali dei cittadini sia quella di verificare la conformità dell’uso dei programmi alle licenze d’uso lecitamente acquisite. Il comma sembra però implicare che l’unica o prevalente minaccia alla riservatezza dei dati sia rappresentata dal software illegale. Si tratta di una visione molto parziale della sicurezza informatica che induce a trascurare la gestione complessiva della sicurezza che tocca, ad esempio, la gestione delle reti o degli utenti interni e che poco ha a che vedere, di per sé, con la gestione delle licenze.

Art. 30 – Certamente si tratta di un’utile previsione che di fatto abroga il c. 6 del regolamento citato. La sola perplessità è che l’intervento sia troppo puntuale e limitato perche gli venga dedicato un intero articolo dal titolo “Digitalizzazione della giustizia”.

Art. 31 c. 1 – Giusto il fine ma esprimo dubbi sulla possibilità di svolgere proficuamente attività di promozione attraverso un decreto anziché realizzando progetti pilota oppure condividendo le migliori pratiche, che non mancano.

Anche il c. 3 è pienamente condivisibile, anche se è lecito chiedersi quante strutture sanitarie attiveranno la fruizione al pubblico delle loro reti wi-fi senza sostenere maggiori oneri a carico dello stato o dell’ente locale, e quante di queste ultime non lo abbiano già fatto senza attendere una previsione normativa.

In conclusione, non è facile per un osservatore esterno valutare se le due iniziative governativa e parlamentare stiano comunicando e come.  L’impressione è che l’iniziativa governativa punti ad obiettivi più ampi, tra i quali rientra l’istituzione dell’Agenzia per l’Italia digitale anticipata con il DL 83/2012, mentre il parlamento si stia focalizzando su temi più delimitati.

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