Ieri sera all’Auditorium di Roma ho ascoltato la prima esecuzione assoluta della nuova opera di Hans Werner Henze. Composta su commissione dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia, è stata ultimata dal suo autore ottancinquenne solo poche settimane fa. Henze vive in Italia da cinquanta anni e risiede oggi in una villa a Marino, nei castelli romani.

Ricordo di essere stato un entusiasta ascoltatore di Henze circa trenta anni fa. La sua musica si può definire ormai classica: le tecniche dodecafoniche e altre caratteristiche compositive che riconosco soltanto a orecchio non mi pare vadano oltre gli anni ’50. Eppure, quando insieme a mio padre negli anni ’80 mi capitava di ascoltare Henze e altri compositori della sua generazione ai concerti di Santa Cecilia, l’impressione era ancora di appartenere ad una setta di carbonari, attorniata da abbonati ottuagenari dediti alla pennichella domenicale sulle comode poltrone dell’auditorium di via della Conciliazione.

Ieri il pubblico e l’orchestra erano indubbiamente cambiate, mentre Antonio Pappano sembrava provenire da un nuovo mondo dove è normale che il direttore d’orchestra legga al pubblico una pagina dal programma di sala, con chiaro intento educativo.

Turbati dall’impeto del pianoforte concertante, che alterna gli assalti al suo strumento ai gesti di esortazione rivolti agli orchestrali, gli spettatori ascoltano i versi sconvolgenti di Franz Werfel, poeta espressionista tedesco rivestiti di musica gonfia di suggestioni moderne, in primo luogo dodecafoniche. Henze scrive nel suo diario di lavoro di Opfergang: “Immagino come Werfel abbia letto a Praga al suo amico Kafka la poesia Das Opfer“. E pensando alle parole del cane, sempre più entusiasta del suo carnefice (“Mein Herr, mein Geliebter”), si percepisce il protagonista mentre precipita nella sofferenza e nella follia.

Gli interpreti principali Ian Bostridge e John Tomlinson sono perfettamente calati nei loro personaggi, come possono essere due interpreti ai quali il compositore si è ispirato nello scrivere l’opera. E lo stesso si può forse dire di Antonio Pappano. Certo, tutto sa di accademia, nel senso di una produzione culturale generata all’interno di una comunità di pari o di eletti. Prevale però, mi pare, il sollievo e la gioia di comprendere rispetto al timore e all’odio per essere stati esclusi. All’opposto dello Straniero di Opfergang, cacciato e umiliato dagli uomini fino a trasformarsi in assassino.

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