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Immaginate di avere trent’anni, di vivere in un Paese ricco, di avere raggiunto un’elevata specializzazione. Vi ritrovate a lavorare in un ente regionale che impiega un intero anno a decidere di NON poter donare otto computer dismessi ad una missione in Africa. Oppure scoprite che la vostra specializzazione in medicina vi permette al più di guadagnare mille euro al mese con contratto atipico. Se non siete totalmente accecati da un nazionalismo ignorante, vi sarete ormai accorti che in molti altri Paesi non è questo il destino per voi. Se sarete animati da un sano pragmatismo, vi saprete muovere e magari avrete un pizzico di fortuna, probabilmente vi troverete a vivere un’avventura simile a quella di due cittadini europei, assunti senza tante formalità e con retribuzione piena in un ospedale perfettamente funzionante e in un istituto meteorologico rinomato.

Su italiansinfuga, tra le tante storie di italiani che emigrano, raccomando quella di Silvia e Gabriele, medico e meteorologo veneti che nel marzo 2009 si sono traferiti a Norrköping. Il loro blog One way to Sweden è essenziale e avvincente. Mi ha colpito soprattutto lo spirito pragmatico con cui spiegano chi sono e perché se ne sono andati dall’Italia.

A me sembra che storie come questa, per quanto ammirevoli, stiano diventando ormai ordinarie e soprattutto non debbano ispirare lamentele e proteste. Si tratta della vecchia mobilità territoriale, che ha formato interi popoli (compreso il nostro) e che oggi, in una dimesione transnazionale, sembra erroneamente più dura che in passato. Se oggi forse pochi sono pronti ad imparare lo svedese per vivere e lavorare meglio, non dobbiamo illuderci che spostarsi da un capo all’altro dell’Italia cento anni fa fosse necessariamente meno difficile. E quando mai si poteva tornare a casa in un paio d’ore in aereo o rimanere in contatto con la propria lingua con Internet e le televisioni via satellite ?

Comunque, complimenti e auguri a Silvia e a Gabriele.

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