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Ho trovato in rete qualche indizio di come si possa essere creato il disastro che ho descritto nei tre post del 18, del 21 e del 23 dicembre. A quanto pare, la legge lasciava una certa discrezionalità agli uffici provinciali della motorizzazione civile nel decidere se richiedere la revisione della patente dopo la sua scadenza. Di fronte a decisioni molto diverse e, sospetto, dopo una serie spaventosa di proteste, urla, minacce, ricorsi e querele, qualcuno pensò bene di “uniformare” la gestione dei rinnovi tardivi introducendo per prima cosa un limite di tempo convenzionale oltre il quale la revisione della patente diventava necessaria. Fu quindi emessa la circolare MCTC 16/1971.

Ma siccome nella pubblica amministrazione italiana non ci si astiene mai dal vizio di fare discendere le decisioni amministrative da ragionamenti bizantini ma talvolta sbagliati, la circolare faceva riferimento all’argomento del sospetto della perdita dei “requisiti tecnici” necessari alla guida, cioè della capacità di guidare, causato dalla mancata guida di un veicolo per un lungo periodo, cosa a sua volta presumibile visto che la patente era scaduta. Come per dire: siccome si deve presumere che il cittadino non ha guidato, altrimenti avrebbe commesso reato, allora potrebbe avere dimenticato come si guida e quindi è prudente fargli riprendere la patente, come se non l’avessa mai avuta.

Inutile notare che in tre anni non si può “dimenticare” come si guida, come non si può “dimenticare” come si va in bicicletta. E d’altra parte, durante la validità decennale di una patente, un cittadino può astenersi dal guidare per tutti gli anni che vuole senza che lo stato lo sottoponga ad alcuna verifica. Al massimo gli chiede di presentare un certificato medico. Questa circolare infatti serviva solo ad uniformare il comportamento degli uffici provinciali. Un male tipicamente italiano: l’autonomia su base territoriale garantita anche a chi deve gestire cose minuscole e banali non può che portare all’arbitrio o all’abuso di potere. E spesso l’unico rimedio che si trova è regolamentare ancora di più, con motivazioni assurde che portano soltanto ad un suicidio amministrativo. Con i decenni, queste verifiche del tutto formali e assurde hanno finito per stratificarsi e formalizzarsi, non solo sottraendo tempo e risorse ad uffici palesemente sull’orlo del collasso, ma addirittura finendo per motivare l’esistenza stessa di intere burocrazie.

Per percorre questo cammino ho impiegato tre mesi: sarei arrivato prima a Santiago de Compostela a piedi. Anche grazie alla localizzazione assolutamente decentrata e irrazionale della motorizzazione nella mia città in ben tre sedi periferiche, vagando da un ufficio all’altro ho guidato (senza patente) per diverse centinaia di chilometri, ho perso alcune giornate di lavoro, facendo inoltre lavorare sostanzialmente a vuoto l’apparato statale. Secondo me, il costo complessivo di questa singola vicenda è dell’ordine dei diecimila euro.

Vorrei che qualcuno stimasse il danno che questa singola circolare ha causato al nostro paese in questi quarant’anni. Che nessuno si chieda perché l’Italia fatica ad essere competitiva.

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