Questo pomeriggio ho visto A Serious Man dei fratelli Coen. Strano, a guardare molti film recenti sembra che gli USA stiano perdendo la loro contemporaneità: parlano sempre di più del loro passato, in particolare degli anni ’60.

In questo film, i fratelli Coen ambientano i loro ricordi d’infanzia e la storia di un novello Giobbe in un ambiente suburbano americano fin troppo familiare: ampi spazi, casette di legno, garage, prati, vicini filonazisti, marijuana fumata prima del bar mitzvah. Larry Gopnik sembra vivere ancora nello shtetl in cui è ambientato il prologo in yiddish con sottotitoli. Mentre il figlio tredicenne sfugge ad un compagno manesco a cui deve soldi per l’erba e ascolta “Something to Love” dei Jefferson Airplane con una radiola dotata di auricolare, il padre fissa il soffitto sdraiato in una stanza immersa nella penombra e invasa dall’alta fedeltà di “Dem Milners Trern“, in pratica un Lied di Schubert in yiddish, cantato dalla voce del basso Sidor Belarsky.

Le sciagure si susseguono, mentre il protagonista cerca inutilmente una risposta alle sue domande da una serie edificante di rabbini di ogni età. Il film termina con i peggiori presagi: un tornado si avvicina minaccioso alla cittadina e il medico convoca perentoriamente Larry per parlargli delle ultime lastre al torace.

Può essere interessante notare che Francesco Bolzoni, critico del quotidiano di ispirazione cattolica “Avvenire”, ha scritto: A Serious Man è per certi versi indecifrabile a chi conosce poco dell’ebraismo. Francamente a me non pare.

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