Sulla fortuna dei servizi online in Italia

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Gli anni passano ma la capacità dell’amministrazione statale e delle imprese di inglobare l’innovazione digitale senza ridefinire i propri processi non smette mai di stupire. In alcuni casi, per adattarli forzosamente agli strumenti e alle interazioni digitali, questi processi vengono resi anche più complessi, costosi e incomprensibili, quando non del tutto insensati.

Un esempio interessante di questa tendenza incorregibile in cui mi sono recentemente imbattuto è l’iscrizione ad un corso libero organizzato da una università romana. Si tratta di un corso della durata di pochi mesi a cui possono iscriversi sia gli studenti della stessa università che gli esterni. In sostanza è necessario immatricolarsi, iscriversi al corso e pagare le tasse universitarie.

Una gradita ma fuorviante sorpresa è che l’università in questione possiede un portale dello studente che accoglie il visitatore con queste parole: “Navigando puoi conoscere ed utilizzare le principali procedure che ti accompagneranno dalla preiscrizione al post lauream.” La realtà si rivela però molto diversa.

Come si può immaginare, la procedura complessiva è talmente farraginosa che anche dopo avere ultimato il processo, se si vuole ricostruire il flusso documentale è impossibile non tornare a consultare le sei pagine di istruzioni contenute nel bando. Non mi dilungo perciò nella descrizione dettagliata dei flussi, impresa fastidiosa e tutt’altro che semplice, ma passo direttamente alle conclusioni.

Il primo problema è anche il più noto: sebbene l’università sia un solo ente amministrativo, lo studente deve interagire separatamente con tre soggetti:

  • l’ufficio esami di stato e corsi post lauream
  • la segreteria del corso di laurea
  • la banca convenzionata

Il secondo problema è che il digitale non aiuta affatto a risolvere il primo problema, perché quei tre soggetti evidentemente non vogliono o non sanno utilizzare gli stessi canali in modo coerente. L’amministrazione centrale dell’università usa il suo portale e la posta ordinaria, la segreteria del corso di laurea utilizza i suoi sportelli e la posta elettronica mentre la banca si appoggia ad un suo portale oppure ai propri sportelli.

Il terzo problema è un’altro vecchio vizio dell’amministrazioni: nonostante tutto questo spiegamento di forze, lo studente deve ugualmente comunicare le stesse informazioni a più soggetti. Caso eclatante: la segreteria del corso chiede allo studente di presentare due documenti diversi che contengono però identiche autocertificazioni degli studi compiuti.

Nei giorni che inevitabilmente si perdono prima per comprendere e poi per svolgere tutte queste operazioni, che realizzate in modo mediamente efficente potrebbero richiedere meno di cinque minuti, ci si ritrova a realizzare interazioni fantasiose o palesemente inutili che hanno certamente un costo significativo di front office (da moltiplicare per il numero degli studenti italiani) e di back office (da moltiplicare per il numero degli amministrativi delle università italiane).

Ma c’è di peggio, a mio parere. Compilare un modulo online, stamparlo, firmarlo e inviarlo per lettera ad un ufficio. Scannerizzare lo stesso modulo e inviarlo per posta elettronica ad un altro ufficio. Compilare un’autocertificazione dai contenuti identici a quella contenuta nello stesso modulo e portare entrambi ad uno stesso sportello. Stampare un bollettino di pagamento e presentarlo ad uno sportello bancario dopo avere ritirato i contanti al bancomat dello stesso istituto. Questi sono processi in cui si rispecchia una società disarticolata e priva di spirito comunitario. Il cittadino obbligato a seguire procedure come queste matura una rassegnazione all’inefficenza, pubblica o privata che sia, su cui non è difficile investire politicamente. Come pure non è difficile investire sull’implicita giustificazione delle inefficienze strutturali che è alla base di questi capolavori di burocrazia creativa.

Servizi innovativi, processi arretrati e la rivoluzione dei dati sociali

Penso che i servizi innovativi di Uber, Airbnb o Udacity siano molto desiderati dai consumatori non solo per le loro caratteristiche economiche ma anche perché insinuano che si possa finalmente fare a meno di processi amministrativi arretrati, sempre meno comprensibili e tollerati. Allo stesso tempo riescono ad incorporare i social data nei quali sempre più si rispecchia la nostra vita intellettuale e sociale. Per questi motivi Uber e Co. potrebbero fare uscire dal mercato non soltanto i loro concorrenti ma anche lo stato, ed entrambi per la stessa ragione: perché i loro processi non sono più al passo con i tempi.

Non vorrei occuparmi di problemi legali, che naturalmente ci sono. Nessuna innovazione è tanto estrema da autorizzare chiunque, dall’autista all’affittacamere al datore di lavoro, a non rispettare le leggi. Ma è innegabile che molti importanti processi amministrativi (rilascio di autorizzazioni amministrative e sanitarie, comunicazioni alla questura e mille altri), sui quali si basa spesso la nostra fiducia verso chi ci propone un servizio, vengono inevitabilmente logorati. Richiamo brevemente alcuni esempi più noti ma penso a decine di altri servizi innovativi che tutti stiamo sperimentando in questi anni.

Uber ha introdotto alcune varianti innovative di servizio di trasporto pubblico, simili al taxi o al car sharing ma chiaramente ispirate a modalità crowd sourcing, in cui gli autisti sono selezionati o registrati dall’azienda anziché dallo stato e quindi sono privi di autorizzazioni formali (come pure del bisogno di investire cifre cospicue nel commercio semi-legale delle licenze). Ovviamente i processi amministrativi nati per regolare il settore diventano praticamente irrilevanti.

Airbnb permette di affittare stanze e appartamenti privati, operando quindi accanto ad alberghi, affittacamere, bed and breakfast e soggetti simili, ma con la differenza che proprietari e clienti sono identificati, registrati e vigilati da Airbnb in collaborazione con assicurazioni e circuiti di carte di credito, oltre agli stessi proprietari e clienti che si controllano a vicenda pubblicamente per aumentare la credibilità del servizio. L’identificazione dei soggetti coinvolti si appoggia ai circuiti delle carte di credito, come fanno da tempo molti stati, dagli USA alla Finlandia.

Udacity ha annunciato che rilascerà ai suoi studenti dei crediti di studio simili a quelli universitri, con la differenza che si tratterà di titoli di studio non riconosciuti dallo stato ma studiati e accettati dall’industria, che quindi li valuterà favorevolmente in relazione alle proprie necessità. Presto sarà quindi possibile seguire corsi di informatica i cui contenuti saranno coordinati con le stesse aziende interessate ad assumere specialisti IT.

L’effetto dirompente che questi operatori stanno esercitando sulla società è testimoniato dalle reazioni di cui leggiamo sempre più spesso. In molti casi lo stato reagisce, ad esempio costringendo Uber e i suoi operatori a sospendere le attività, mentre in qualche altro caso si pensa con maggiore lungimiranza ad aggiornare leggi e regolamenti.

Quello che vorrei sottolineare, però, è che ci sono punti sui quali potrebbe essere molto difficile se non impossibile immaginare adeguamenti o conciliazioni sostenibili. Consideriamo ad esempio i dati prodotti da questi servizi: non solo i dati identificativi di autisti, proprietari, clienti o studenti ma anche i testi, le fotografie, i social graph, i dati georeferenziati di ogni tipo e i dati di pagamento generati dagli utenti. In relazione allo svolgimento dei servizi, questi dati non sono più raccolti e utilizzati dai singoli stati su scala territoriale, come fino a ieri peraltro in una misura che oggi appare ridottissima, ma da aziende globali su scala transnazionale, verticalmente, per tipo di servizio. La raccolta di questi dati permette a Uber, Airbnb e Udacity di realizzare la parte social dei loro servizi, che forse è la più innovativa.

Questo può fare ipotizzare che dietro alla comparsa e al successo di questi servizi non ci sia solo una domanda latente per questo o per quel servizio o i prezzi concorrenziali o le modalità di fruizione più flessibili, che può essere soddisfatta dal web 2.0. Forse i servizi di Uber, Airbnb e Udacity rispondono anche al fascino esercitato sugli utenti da una gestione dei processi (e dei loro dati) molto più innovativa e adeguata alla società attuale rispetto alla arretratezza dimostrata dallo stato nel compiere gli stessi compiti. Vi ricordate quando lo stato era il principale gestore dei dati dei cittadini? Sembrano passati secoli. Ad alcune tradizionali connotazioni negative dello stato, in termini di lentezza, costi, inflessibilità, inappellabilità, se ne stanno probabilmente sommando altre dovute alla incapacità di gestire (se non addiruttura di vedere) l’enorme quantità e varietà dei dati social che associamo non solo alla fruizione di un qualunque servizio ma in generale ad una una parte crescente della nostra vita sociale e intellettuale.

Se questo è vero, nel prossimo futuro dobbiamo attenderci la comparsa di servizi online molto più dirompenti rispetto al noleggio di un’auto o all’affitto di un’appartamento, che pure hanno scatenato proteste intense. Si possono intravvedere servizi forniti da privati nei settori più disparati, dalla sanità alla scuola, dalla ricerca di lavoro ai servizi anagrafici, che utilizzeranno crescenti quantità di dati personali e che le persone adotteranno prontamente, nonostante i conflitti giudiridici e l’impatto sui processi amministrativi dello stato, il cui ruolo verrebbe gradualmente marginalizzato da aziende globali.

Non so come Internet farà evolvere l’interazione tra pubblico e privato ma considero questa ipotesi molto affascinante e, come diceva Totò, “voglio proprio vedere dove vogliono arrivare”.

Re: Quale direttore per l’AgID?

Il 6 giugno il governo Renzi ha avviato la selezione del direttore generale dell’Agenzia per l’Italia Digitale.

C’è una regola non scritta che sconsiglia ai dipendenti di esprimere giudizi sul profilo ideale dei loro futuri responsabili. La regola può essere interpretata in senso prudenziale, nel senso che un parere del genere potrebbe minare i rapporti personali tra dipendente e responsabile, oppure in senso prescrittivo, nel senso che queste opinioni possono essere interpretate come lesive del rapporto di subordinazione, specialmente da parte di chi ritiene il funzionario pubblico uno strumento passivo in mano a volontà politiche sovrastanti.

Per la verità questa regola l’avevo già infranta due anni fa, quando si attendeva la nomina del primo direttore generale dell’Agenzia, e non ho osservato alcuna conseguenza negativa sul mio lavoro o sulla mia organizzazione in qualche modo riconducibile a quanto avevo scritto. Forse perché le qualità che avevo richiamato erano “innovatore, tecnologo e europeista”, caratteristiche sicuramente valide anche oggi e probabilmente comuni a chiunque abbia deciso di candidarsi per una posizione del genere. E d’altra parte che cos’altro si può chiedere?

La ragione per cui torno sull’argomento è che in questi due anni mi sono convinto che le caratteristiche di un direttore sono meno importanti rispetto alla visione che ha portato a sceglierlo. Sarà infatti l’adeguatezza, la chiarezza e la completezza di quella visione a permettere al governo di costruire un rapporto produttivo con quella persona, e quindi a rendere possibili i risultati che tutti si attendono.

È per questo che oggi voglio insistere su una sola delle tre caratteristiche: l’europeismo. Credo che sia a livello politico che a livello esecutivo debbano essere fatte scelte pienamente europee, le sole che rappresentano una garanzia per minimizzare il tipo di errori fatti in passato. L’Agenzia dovrebbe diventare il principale motore di una integrazione di politiche e di uno scambio di esperienze con le istituzioni europee e con gli stati membri su tutti i temi chiave dell’agenda digitale. Si noti che questo cammino era stato già ben delineato nel decreto-legge 83/2012 ma adesso dovrà essere percorso.

Se chi effettuerà la scelta avrà ben chiare tutte le straordinarie conseguenze che il digitale può avere sulla società italiana, dalla più grande amministrazione centrale alla più piccola impresa artigiana, dal coltivatore diretto alla startup di successo, dai più giovani ai più vecchi, l’Agenzia e il suo direttore avranno modo di contribuire al progresso del nostro Paese nei contesti che gli sono propri. In caso contrario potremmo assistere ad un’altra reiterazione dell’incessante ciclo di governance che accompagna questo ente da oltre venti anni e che riporto qui sotto in formato “Bignami”:

AIPA (1993 – 2004): Rey, Batini / Zoffoli
Centro Tecnico (1997 – 2004): Sassi, Osnaghi, Pagani
CNIPA (2004 – 2009): Zoffoli, D’Orta, Cittadino
DigitPA (2010 – 2012): Pistella, Beltrame / De Rita
AgID (2012 – 2014): Ragosa

Per valutare quanto sia importante una visione ricca e articolata del futuro digitale di un paese rispetto alla scelta delle persone consiglio di rileggere la direttiva del Presidente del consiglio dei ministri del 5/9/1995 (“Princìpi e modalità per la realizzazione della Rete unitaria della pubblica amministrazione“): quante affermazioni francamente ingenue, quanti scenari al limite dell’imbarazzante. Non dovrebbe sorprendere nessuno che ben poche delle cose pianificate venti anni fa siano state ultimate o comunque abbiano prodotto i risultati attesi.

In conclusione, ritengo che all’Agenzia e al suo direttore dovrà essere chiesto di operare rapidamente ed efficacemente nel contesto europeo, come del resto fanno le organizzazioni analoghe di alcuni dei paesi più digitali di Europa. E un direttore con qualche anno di esperienza all’estero, magari presso la Commissione, non guasterebbe. Ma questa è solo un’opinione personale.

 

Quando è il Governo a fare startup: l’esempio USA e UK

Qualche giorno fa un ente federale americano ha creato una strana entità che si chiama “18F” e sembra proprio una startup innovativa. Nel Regno Unito c’è stata un’analoga esperienza. L’Italia, appena etichettata “innovatrice moderata” dalla Commissione europea, può prendere esempio.

Mio articolo su Agendadigitale.eu: Tatti (Aigd): “Quando è il Governo a fare startup: l’esempio USA e UK”

L’Europa dei Digital Champion

Nel febbraio 2012 il presidente della commissione europea José Manuel Barroso propose agli stati membri di nominare un Digital Champion, cioè un paladino del digitale, per condurre insieme alla vice-presidente Neelie Kroes una battaglia descritta dallo slogan “Let’s get every European digital”.

Mio articolo su Nòva – Il Sole 24 Ore: “L’Europa dei Digital Champion”

Scandinavia, Francia e UK vivono bene senza un ministro digitale

Confesso di non condividere la diffusa delusione per la mancata nomina di un ministro o di un sottosegretario all’agenda digitale che emerge tra gli altri dai puntuali e appassionati post di Massimo MantelliniAlfonso Fuggetta e Guido Scorza.

Segue su Agendadigitale.eu: Tatti (Agid): “Scandinavia, Francia e UK vivono bene senza un ministro digitale”

Facciamo girare la voce

Si sa, in Italia fare previsioni è difficile. Quindi invece di domandarmi quale sarà il rapporto tra il prossimo governo e l’Agenda digitale voglio dire cosa ritengo desiderabile dal mio punto di vista.

Francesco Caio ha da poco confermato il termine del suo incarico, Enrico Letta si è appena dimesso e lo statuto dell’agenzia per l’Italia digitale dovrebbe essere pubblicato oggi sulla gazzetta ufficiale.

Per cominciare, il prossimo presidente dovrà nominare un nuovo digital champion, un ruolo non ben compreso in Italia, forse proprio perché è nel nostro paese che sarebbe particolarmente utile. Visto che se ne parla spesso a sproposito, guardiamo al prototipo del digital champion, quello al quale il presidente Barroso si ispirò quando chiese agli stati membri di nominarne uno: Martha Lane-Fox, che si è da poco dimessa dopo tre anni di lavoro. Che cosa le aveva chiesto di fare il governo UK? Leggiamo l’inizio di questa sua lettera al ministro del Cabinet Office britannico Francis Maude.

14th October 2010

Dear Francis Maude, 

You asked me to oversee a strategic review of Directgov [il vecchio portale del cittadino UK] and to report to you by the end of September. I have undertaken this review in the context of my wider remit as UK Digital Champion which includes offering advice on “how efficiencies can best be realised through the online delivery of public services.” This means that I have not reviewed Directgov in isolation but as part of how the government can use the Internet both to communicate and interact better with citizens and to deliver significant efficiency savings from channel shift. This letter sets out my findings and key recommendations. 

Il risultato più appariscente dei tre anni di lavoro di Martha Lane-Fox è forse il nuovo portale gov.uk che accorpa i precedenti portali per cittadini e imprese. Un risultato anche più bello, ma forse meno conosciuto, è il Government Digital Service, l’organismo istituito presso il Cabinet Office che lo costruisce e gestisce e che più che un ministero ricorda una start-up. In realtà leggendo il resto della lettera si capisce che il risultato più ambizioso chiesto alla Lane-Fox era produrre una strategia di trasformazione in senso digitale dell’interazione tra cittadino e stato. Quella strategia dell’agenda digitale che in Italia, presi da dichiarazioni, da piani, da comitati, da leggi e da nomine, ci si è purtroppo dimenticati di scrivere.

La mia speranza quindi è che il prossimo presidente del consiglio nomini un digital champion che si ispiri direttamente a quella esperienza, con una visione radicalmente nuova e con un’esperienza maturata nell’industria digitale più innovativa. E che per prima cosa le/gli chieda di scrivere una strategia per il futuro digitale del paese. Un documento di policy, non un fascio di regolamenti attuativi o un rotolo di progetti. Va da sé che dovrebbe essere una strategia radicale, visto il ritardo che abbiamo accumulato e visto che, come nessuno ormai dubita, l’agenda digitale è solo un modo moderno per parlare di riforma dello stato.

Anche se nominato con finalità fortemente nazionali, il suo profilo lo renderebbe adeguato a confrontarsi con i colleghi europei, senza cadere ancora una volta nell’errore di considerare separati il ruolo interno e quello internazionale: stesso impegno e stessa disponibilità.

Infine, se il digital champion italiano-europeo fosse anche il rappresentante della presidenza del consiglio nel comitato di indirizzo dell’Agenzia non credo che guasterebbe. Potrebbe fungere da raccordo tra i due livelli, nazionale ed europeo, e per questo potrebbe avere le idee molto più chiare su cosa fare. Non è mai inutile ripetere che questi due livelli sono in realtà uno solo: il principale aspetto nazionale dell’agenda digitale sono i relativi successi ed insuccessi. Dopo l’avvio del nuovo strumento finanziario europeo CEF Telecom, parlare di progetti di identità o di fatturazione elettronica “nazionali” non ha più molto senso.

Facciamo girare la voce e suggeriamo al prossimo governo i candidati migliori.

È il libro la causa dell’ignoranza

Ieri sera ho letto un post di @eulogia, al secolo Eugenio Scalfari, infaticabile curatore di un blog molto letto dai frequentatori della Rete, “L’Espresso”. Nel suo post, intitolato “È il libro la causa dell’ignoranza”, @eulogia prende spunto dal recente post di Umberto Eco che una settimana fa, sempre su “L’Espresso”, aveva scritto una divertente denuncia del preoccupante rapporto che i giovani hanno con la storia. Un video pubblicato su Youtube e visto ad oggi da più di due milioni di persone mostra quattro giovani partecipanti al quiz televisivo condotto da Carlo Conti mentre con espressione serena collocano eventi che coinvolgono  Benito Mussolini e Adolf Hitler nel 1964 o nel 1979. Per loro il passato sembra essersi appiattito in una nubulosa indefferenziata che, scriveva Eco, non avrebbe giustificazioni visto che in una biblioteca “anche il lettore più smandrappato” può trovare tutte le informazioni che desidera. Come spiegare allora l’incapacità di questi giovani di rispondere a banali domande di storia contemporanea? Carenze della scuola e dei genitori o malattia generazionale?

Ed ecco che nella seconda parte del post Eugenio Scalfari propone una coraggiosa e illuminante spiegazione del fenomeno di cui riporto i passaggi più significativi.

“Osservo tuttavia che Eco considera il libro, e in generale la memoria artificiale affidata alla tecnologia, una risorsa per stimolare i giovani mettendo a loro disposizione una massa enorme di informazioni. Su questo il mio pensiero differisce molto dal suo. Secondo me, infatti, la tecnologia della memoria artificiale rappresentata dal libro è la causa prima dell’appiattimento sul presente o almeno una delle cause principali. La conoscenza artificiale esonera i lettori da ogni responsabilità: non hanno nessun bisogno di ricordare, sfogliare un libro o una rivista gli fornisce ciò di cui in quel momento hanno bisogno. C’è chi ricorda per te e tanto basta e avanza.

Ma c’è di più: la possibilità di entrare in contatto, sempre attraverso la parola scritta, con qualunque abitante del mondo, di comunicare con un residente in Australia e, a tuo piacimento, con uno che vive nei Caraibi o in Brasile o nel Sudafrica o a Pechino, sembra inserirti in una folla di contatti e di compagnia. In realtà è l’opposto: ti confina nella solitudine. Molti appassionati delle lettere infatti hanno smesso di frequentare il prossimo e restano ritirati in casa immersi tra i libri e le epistole. L’amore anche fisico attraverso la scrittura è diventato abituale per molti. Si chiama da tempo “amore solitario” e infatti lo è.

Infine la scrittura ha modificato il pensiero, ha ridotto al minimo la parola. Perfino il Papa si serve di essa per comunicare con molti milioni di persone con frasi che non superano una o due righe di lunghezza. Tra il pensiero e la parola c’è un rapporto interattivo. I nostri giovani ascoltano gli anziani e i saggi attraverso i libri. Cioè ascoltano la conoscenza e la cultura ridotta ad una fila di segni discreti allineati su una pagina. Il numero dei segni usati è ormai al minimo, non più di venti o trenta nelle diverse lingue, e poiché tra pensiero e linguaggio c’è un’interazione, ne deriva che il pensiero si è anchilosato come il linguaggio scritto. La malattia è estremamente preoccupante e segna un passaggio di epoca. Caro Umberto credimi, è qualcosa di più di una malattia generazionale.”

PS: come vi sarete accorti, si tratta soltanto di un parodia. Eugenio Scalfari non si è scagliato contro la carta stampata (e vorrei vedere) ma contro Internet come causa di ignoranza. Strano che i suoi argomenti possono essere utilizzati in modo altrettanto poco convincente per puntare il dito contro i danni causati dalla scrittura alla conoscenza tramandata oralmente. E forse la passione di Scalfari per il mondo greco qualcosa c’entra.

Che cos’è il CEF Telecom e perché è tanto importante per l’Agenda digitale

Il 5 dicembre il Consiglio europeo ha adottato il Connecting Europe Facility (CEF), il nuovo strumento che finanzierà lo sviluppo delle reti europee dell’energia, dei trasporti e delle telecomunicazioni.

Segue su agendadigitale.eu: “Fondi CEF Telecom fondamentali per l’Agenda”

Gli ultimi non saranno i primi

Si è appena conclusa ad Adelaide in Australia la cerimonia di premiazione della World Solar Challenge 2013, il rally hi-tech che dal 1987 mette a confronto i migliori veicoli solari. Per tutta la settimana ho potuto seguire la gara sui canali Youtube del WSC13 e di alcuni dei team in gara. Mentre guardavo su uno smart TV gli spettacolari aggiornamenti quotidiani in alta definizione pensavo che i nostri canali televisivi pubblici (e non solo) che non coprivano l’evento sono per lo più in bassa definizione.

Tornando alla gara, come avevo scritto la parte più interessante per me è la nuova classe Cruiser, che punta a stimolare la produzione di auto solari grandi, comode, affidabili. E, come speravo, ha vinto Stella, l’auto prodotta dal team dell’università di Eindhoven (NL), soprannominata “magic school bus” perché era l’unica quattro posti in gara. Al secondo e al terzo posto si sono piazzati il team dell’università di Bochum (DE) e il team dell’università del New South Wales (AU).

Nella più tradizionale classe Challenger, il cui regolamento privilegia la velocità e l’efficenza energetica, hanno vinto i team delle università di Delft (NL), Tokai (JP) e Twente (NL). Delft partecipa alla competizione dal 2001 e ha vinto già cinque volte, mentre Tokai è alla seconda vittoria. Quindi, tre squadre olandesi tra i primi sei classificati nelle due categorie.

Certo le università olandesi hanno costruito attorno ai loro progetti delle grandi partnership. Delft per esempio è finanziata dalla utility olandese-svedese a capitale pubblico Nuon. Si intuisce lo sforzo per arrivare primi alle tecnologie che potrebbero portare sul mercato entro cinque o dieci anni un trasporto privato ecosostenibile, sempre più desiderato in tanti paesi del nord Europa e graditissimo immagino a chi produce energia elettrica. E si vede anche come i responsabili dei progetti, nati originariamente come iniziative studentesche, sono ancora in mano a ragazzi molto giovani, compresa Lot Jeurink, 20 anni, responsabile delle relazione esterne e pilota della Red Engine dell’università di Twente.

I media tradizionali, particolarmente quelli italiani, hanno parlato poco o nulla del WSC13, per lo più in termini nazionalistico-sportivi. A quanto si legge, l’auto solare Emilia 3 presentata dal team Onda Solare dell’università di Bologna ha corso nella classe Challenger arrivando al 10° posto su 22 partecipanti. Un buon piazzamento, se non fosse che dei 22 partecipanti solo 10 hanno tagliato il traguardo e quindi, tecnicamente, il team italiano è arrivato ultimo (e con ben 28 ore di distacco sul vincitore).

Non voglio minimizzare l’impegno e il sacrificio del team italiano, peraltro condiviso anche dagli altri team. Ma come non sussultare leggendo il resoconto della stessa università di Bologna che vanta di avere utilizzato quasi esclusivamente “componenti costruiti a Bologna”, quasi si trattasse di un prodotto IGP. Piuttosto, fa piacere scoprire che alcuni concorrenti stranieri abbiano installato sui loro veicoli le celle fotovoltaiche prodotte dalla Solbian di Torino.

E come non sorridere leggendo che Emilia 3 è stata “la prima macchina italiana completamente ad energia solare ad aver compiuto la traversata da nord a sud del deserto australiano” attraversando “3000 km di strade remote, schivando canguri e cammelli selvatici”? Nessun cenno alle sfide tecnologiche e industriali o alle prospettive del solare nel trasporto privato. Nessuna analisi del perché altre squadre siano arrivate più avanti di quella di Bologna. E ancora sorpresa per il lungo elenco di “partner istituzionali”, che comprende chissà peché anche una sigla sindacale.

In definitiva la gara è stata godibilissima e molto istruttivo. Purtroppo, non ci sarà nulla di strano se fra cinque o dieci anni compreremo un’auto solare olandese o tedesca o giapponese. Ma nel frattempo speriamo che l’università, la ricerca e l’industria italiana si rivelino all’altezza di uno dei paesi europei con la maggiore radiazione globale media annua.